Quando Gigi Riva tornerà
L’ultima volta che l’ho visto era mezzogiorno.
Eravamo al funerale del nonno.
Se ne stava appoggiato al tronco dell’albero.
Inerte, come svuotato di ogni energia, lo sguardo triste.
Le sue dita irrigidite sbucavano dalla manica della camicia a quadretti rossi che fuoriusciva dai pantaloni troppo larghi di colore azzurro chiaro.
Calzava un paio di scarponi che erano un po’ sformati ed erano slacciati.
Guardava lungo il muretto i passeri che, indisturbati, beccavano
qualche chicco.
Pareva preso da una malinconica nostalgia che gli riportava l’eco di antiche emozioni, seguiva lo scorrere rapido ed inarrestabile dei ricordi alla ricerca dei volti rimasti più impressi nel suo animo, nella sua mente.
Risaliva agli anni della sua adolescenza, quando con inesauribile pazienza aveva tentato di cambiare il suo destino, apparentemente già segnato. Arrivò a Genova da un paesino sardo al termine di un autunno piovoso e freddo. Era il primo di 7 figli di un maniscalco, morto di miniera qualche mese prima, così lui, appena adolescente era salito su una nave, carico della responsabilità di dover mantenere una famiglia. Conobbi Stefano una domenica che andai da mio nonno, così scoprii la loro amicizia, nonostante l’abissale differenza d’età.
Appena arrivato a Genova, probabilmente con le indicazioni di qualche conoscente, trovò lavoro nello stesso cantiere dove mio nonno faceva da coordinatore, data la sua lunga esperienza nell’edilizia. Il nonno scoprì che gli erano state rubate le marchette per la pensione che era già avanti con gli anni, così gli era toccato lavorare ben oltre l’età. Per fortuna il suo buon carattere gli consentì di assorbire il duro colpo. Scoprì per caso che Stefano, viveva in una stamberga malridotta del centro storico, a quei tempi una zonaccia malfamata, pagando oltretutto un affitto, per l’epoca, esorbitante. Fu così che decise di ospitarlo, nonostante le iniziali proteste della nonna. Lo sistemarono nel vano dell’ingresso, e per chi ha familiarità con le case genovesi sà che in genere è adibito a una specie di salottino o sala da pranzo, quello del nonno aveva un bel divanone che si trasformava in letto.
Era buffo vedere quei due assieme, sembravano più padre e figlio che amici, erano entrambi di pochissime parole ma pareva si capissero al primo sguardo.
Mio nonno riuscì a convincere Stefano ad iscriversi alle serali per diventare geometra, e nonostante la giornata da manovale alle spalle, non perse una sola lezione. La nonna ogni tanto sfogava la sua punta d’invidia, confidando a mia madre che la mattina mio nonno si svegliava per primo organizzando la colazione e il pranzo per entrambi, e andava a svegliarlo solo dopo che l’aroma del caffè aveva riempito la cucina. “Sai, a me in tanti anni non lo ha mai fatto il caffè” si lamentava la nonna, “bè però tu mica ti svegli alle 5” le rispondeva mia mamma. Stefano tornava a casa sua, in Sardegna, solo due volte l’anno, perché non erano tempi per sprecare soldi in biglietti e vacanze. Quando tornava, mio padre andava a prenderlo al porto con la macchina, tanto erano i bagagli strabordanti cibarie di ogni specie che si portava appresso, facendo la gioia del nonno, anche se non glielo ha mai detto. É stato così che ho scoperto i culurgionis, glieli preparava la madre il giorno prima di partire e ne faceva così tanti che il nonno organizzava una tavolata per evitare che si rovinassero. Non so che fine abbia fatto Stefano, dopo il diploma andò a lavorare nel milanese come operaio per mantenersi all’università, siamo riusciti a mantenere i contatti per un po’, il nonno addirittura ogni tanto andava a Milano per assicurarsi che stesse bene, ne sentiva la responsabilità come se fosse il più debole dei suoi nipoti. Dopo la morte del nonno ci siamo un po’ persi di vista ed ora è tanto che non ne so’ più niente, però basta mangiare i culurgiones di patate per mischiare il loro buon aroma al sapore dei ricordi ed è come tornare indietro quando mi litigavo coi miei fratelli per avere il posto a tavola accanto al nonno.
Culurgiones di patate al sugo
Ingredienti per 6 persone:
1 kg e 1/2 di patate
pecorino secco acido grattugiato
1 cipolla
1 spicchio di aglio
1 tocchetto di burro
qualche fogliolina di menta
300 gr di farina
salsa di pomodoro
Preparazione:
Lessare le patate e a fine cottura schiacciarle accuratamente. Aggiungere il pecorino, la cipolla soffritta nel burro, lo spicchio d’aglio tritato finemente e qualche fogliolina di menta tagliuzzata. Amalgamare bene gli ingredienti e dividere il composto in piccole palline.
Preparare la pasta con la farina e un po’ di acqua tiepida leggermente salata e ricavarne dei dischi di sfoglia sui quali si porranno le palline. Pressare con le dita intorno alle palline, tagliare i contorni e piegare la pasta in modo da ottenere la forma di mezze lune (o piccoli coni schiacciati) per ultimo segnare il bordo con le punte di una forchetta.
Cuocere i culurgiones così ottenuti in acqua bollente e estrarli dopo qualche minuto dall’affioramento. Scolare e disporli su un piatto da portata, condendoli con salsa di pomodoro e pecorino abbondante.
piesse
per chi si chiedesse cosa ciazzecchi il titolo , allora dirò che Stefano amava Piero Marras che a sua volta amava Gigi Riva, tanto da dedicargli appunto una canzone, che a dire la verità parla poco di calcio e tanto di speranza.
Piccola nota del 30 settembre 2008
questo post partecipa all’iniziativa
La pasta ripiena
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è molto bello leggere quel che scrivi, dopo essere stati conquistati dalla foto di quel che hai preperato..a presto!
Grazie per il premio e a presto.
Complimenti per le ultime pubblicazioni.
Mi manchi e spero di tornare spesso a leggerti con la dovuta attenzione.
Con grande affetto: ciao
Mi ha sempre affascinata il rapporto che lega Genova alla Sardegna (e i genovesi ai sardi), bella questa storia, perchè è scritta benissimo (come sempre) e perchè è vera.
Il rapporto che lega Genova alla Sardegna (e i genovesi ai sardi) mi ha sempre affascinata. La storia che hai scritto è molto bella, e il piatto ha tutta l’aria di essere una vera specialità!
Buon lunedì – qui ancora pioggia e grigiore
che belle le ricette dei ricordi: ti fanno pensare che alla fine ciò che resta non sono mai le cose, ma le persone :-) baci
quante volte ci chiediamo chissà che fine ha fatto quel tal compagno di scuola di cui eravamo segretamente innamorati, chissà che fine ha fatto quella ragazza tanto simpatica con cui abbiamo scambiato due chiacchere sull’autobus che ci riportava a casa.
chissà che fine abbiamo fatto noi per loro.
se t’azzardi a fare un altro sciopero ti precetto.
Ma insomma, è da ieri che tento di lasciarti un commento… che è? WordPress perde colpi? Comunque volevo solo dire che trovo speciale questo rapporto che lega Genova alla Sardegna, e la tua storia ne è una prova. Ciao
Hola!! c’è un meme per te, da me! ;)
ciao
Grazia
c’è un meme per teeee!!baci
Commento di prova, vediamo se questa è la volta buona
Siiiiii, finalmente va! Ma sai che è da ieri che non riesco a commentare nei tuoi ultimi due post? Hai problemi con WordPress? Io sto impazzendo con Tiscali, lasciamo perdere, non mi manda via la posta. Mi era così piaciuta questa storia…
Acc… che racconto lunghissimo… divina la ricetta!
come sempre leggerti è bellissimo, in più mi insegni un sacco di cose buonissime!!un abbraccio virtuale
uh mamma! grazie di tutti i commenti… visto l’orario devo per forza scegliere o tento di selezionare le foto per un post o rispondo ai commenti… facciamo che mi riaggiorno a domani con maggiori energie, vi và?
un bacionissimo e grazie della visita, mi avete sorpreso e commosso, io latito e voi no, siete fantastiche!
Mia cara fiordisale, stai tranquilla e la notte porta consiglio per la ricetta a lume di candela.
Non è detto che il risparmio energetico debba necessariamente essere giocato tra i fornelli.
Tu citavi il sushi. Se dovessi farlo qui a Boston avrei il riso, il condimento da sushi e le alghe importati dal Giappone e il tonno migliore verrebbe portato via aereo. Allora, certo, io avrei cucinato tutto quasi senza aprire il gas, ma alla fine i miei ingredienti avrebbero in ogni caso provocato un enorme consumo di energia.
Insomma, quello che voglio dire è che impossibile trovare una ricetta perfetta e ideale.
Dormi tranquilla, vedrai che ti verrà qualche idea luminosa. Un grande abbraccio.
Sono sicura che la notte ti avrà portato l’ispirazione che cercavi. Buona giornata
Che dolcezza e che poesia nel leggere le tue parole.
Certe cose oggi forse non potrebbero più succedere.
Ospitare qualcuno in casa?
Poi ti denunciano perchè non l’hai denunciato, perchè la casa non è a norma…… per le mille beghe di questa società che si è dimenticata le cose semplici….. e il cuore!
BEllo leggerti stamattina, mentre aspetto che il mio capo decida che tortura infliggermi, mi fa tornare il sorriso.
E anche la voglia di andare a Bari Sardo, in quell’alberghetto vicino al mare di quando ero piccola piccola, a strafogarmi di culurgiones….
nasinasi …. nostalgici
comincio andando in ordine (ossignur di quanti commenti sono in arretrato!)
Grazie Dolcezza sei sempre molto gentile e cara con me
lenny è un premio che tiu sei guadagnata sul campo, il tuo blog lo adoro
proprio! Dai speriamo che il lavoro ti lasci un po’ più libera così ci potrai regalare altre bontà
salsadisapa è proprio così sai? le ricette a cui sono più legata non sono le più buone (nel senso assoluto o relativo) ma sono quelle che mi riportano indietro tempi, situazioni e persone oramai andate, pezzi vita nel piatto, un gusto unico.
Enza adesso vengo a rileggermi per benino la bontà che ho intravisto stanotte, persino le foto sono uno spettacolo, ma che hai fatto una magia colla bacchetta da fata turchina?
grazia vengo subito a fiondarmici, grazie di aver pensato a me!
Monique ma anche tu? omioddio! speriamo sia lo stesso meme, mò vengo, ‘petta
Elisabetta non penserai mica che mi metta a fare i capricci adolescenziali boicottandoti eh!
ciaoTatiana e pensa che questo è uno dei miei post più stringati! sto pensando ad un corso intensivo per migliorare la mia proprietà di sintesi, ma ho ancora qualche incertezza, per adesso mi esercito coi commenti a loste
comida infatti io farò ad ogni costo pesce delle nostre acque, spreco per il trasporto assai basso, non posso usare la carne perchè arriva da Piemonte e Toscana. Altrimenti potrei optare per verdure dei nostri orti, l’ideale sarebbe un crudité (sai che ridere?)
miciapallina sai che hai perfettamente ragione? Oggi i tempi sono cambiati, se un anziano ospita a gratis un adolescente in difficoltà (o per non farlo finire nei guai) come minimo viene denunciato per qualcosa e subito si pensa male. Ed è brutto questo approccio agli altri, al mondo, con l’occhio inquisitore e colpevolista. Io spero che esistano ancora persone in grado di dare qualcosa che non si può comprare: se stesse
sei forte, fiordisale! un abbraccio!
Comida eh mica tanto, ho il neurone inchiodato e non mi viene l’idea per una ricetta di quelle che mi strupiscono, il che, visto la facilità e la libertà di scelta, mi da da pensare. Sarò mica avariata?
ma valà che non sei avariata, sei un vero mito e sei inesauribile. Potresti postare una tua fotografia per Mi Illumino di Meno e presentarti come generatore naturale di energia! secondo me ti brevettano.
Un caro abbraccio!!!!!!!!