Camallo sarai tu!
In realtà l’altro giorno stavo solo andando in pescheria, e benchè ne abbia ben due vicino casa a me piace andare a comprare il pesce a Caricamento, sono sempre più convinta che lì ci sia il pesce migliore. Forse perchè nel mio immaginario quello è rimasto il cuore degli scambi commerciali della città , manco fossimo ancora una Repubblica marinara, quando arrivavano le navi e i camalli scaricavano le merci tra le bestemmie, il sudore e la fatica.
Si arrampicavano, imprecando all’indirizzo di qualche santo inesistente, e ora dopo ora, portavano ogni merce sulla banchina, dove altri colleghi provvedevano a stiparle sui camion in direzione delle destinazioni finali. Genova, come tutte le città di mare, è sempre stata una città fortunata e in pericolo. Fortunata perchè da queste parti sono transitate moltissime merci, anche le più bizzarre, ampliando decisamente i nostri orizzonti e in pericolo perché in ogni tempo c’è sempre stato un Bossi a pretendere, come proprio, l’affaccio al mare. Quando ero bambina il più grave insulto che si poteva ricevere, da parte dell’occasionale antagonista di giochi e litigi, era essere appellata “camallo”, come se quella fosse una professione priva di dignità , resa spregevole dal linguaggio colorito di chi esercitava quella professione. Ancora fino a ieri, se qualcuno aveva nel linguaggio qualche espressione un po’ ruspante o colorita, lo si appellava proprio così e tutti, indistintamente tutti rispondevano “camallo sarai tu!” come a volersi scrollare di dosso quella scomoda etichetta. Oggi non si risponde più, né così né in altri modi, ci ha pensato la realtà ad ammutolirci. La politica all’interno dei porti ha fatto si da rendere estremamente pericoloso il lavoro dei camalli e inibisce qualunque tipo di battuta in quel senso. Io stavo solo andando a Caricamento, a comprare il pesce, dicevo, ma sono inciampata nell’ennesimo manifesto di morte, nell’ennesimo blocco del porto da parte dei sopravvissuti a quest’insensata guerra. L’ennesimo, quando ancora non si sono placati i clamori dal precedente morto, pochi mesi fa. Il manifestino era attaccato con lo scotch marrone all’ingresso del porto. Passandoci davanti non potevo non notarlo, precedeva di pochi metri il bidone infuocato attorno al quale sostava una piccola folla di camalli silenziosi. Oggi, a distanza di qualche giorno, le dichiarazioni di confindustria, orientate a mitigare le pene per le omissioni sulla sicurezza nel lavoro fa quasi accapponare la pelle. Chiedono degli sconti con l’ultimo morto ammazzato ancora caldo, ma quanto pelo hanno su quello stomaco? Chi non ha mai avuto la sfortuna di avere in prima persona, o nella ristretta cerchia dei propri cari, un incidente sul lavoro sufficientemente serio da invalidare qualunque attività per un significativo periodo di tempo, sono certa che non riuscirà a cogliere tutte le sfumature delle dichiarazioni politiche, padronali o degli operai, che in questi giorni impazzano sui media. Non servono nemmeno le statistiche, che ci mostrano che i nostri morti di guerra li abbiamo qua, a casa nostra, mica avevamo bisogno dei paesi arabi. I protagonisti sono gente normale, come mio padre, che una mattina uscì di casa per andare a lavorare e ci fece ritorno solo alcuni mesi dopo, con un calvario di un certo numero di punti di sutura, residuo delle tante operazioni, le sue ferite di guerra le chiamava. Chi sopravvive, per esempio come mio padre, che manco lavorava in porto, che ebbe addirittura la grazia di recuperare gran parte delle funzionalità scheletriche e muscolari, è comunque segnato per sempre, segnato nell’animo per i lunghi mesi di degenza, segnato con graffi profondi per l’inoperosità a cui è costretto e che mal tollera, segnato per il senso di profonda impotenza, segnato perché comunque vada ha perduto il lavoro e quel bricciolo di sicurezze. Poi ci sono gli altri, quelli come Enrico, caduto in guerra un anno fa, come è successo solo ieri l’altro a Fabrizio, che è rimasto “ultimo caduto” solo per poche ore, c’è già stato qualcun altro, dopo di lui, a incrementare la lista dei nomi. Io stavo andando solo in pescheria, giuro, senza alcun’altra pretesa, ma quando sono tornata a casa oramai era tardi e lo stomaco chiuso a pugno in una morsa dolorante, mi ha impedito di mangiare. Avevo comunque il mio piccolo bottino di mare, ed allora mi sono cimentata in questa piccola insalatina di moscardini al sapor di vino rosso, adatta ad essere onorata quando la morsa allo stomaco si fosse placata. Benchè avrei potuto usare la pentola a pressione, giusto per dimostrare a Fabrizio che in fin dei conti io la uso, ho preferito come sempre una pentola in rame, a mio avviso molto più adatta e rispettosa degli aromi e delle cotture lente.
Insalata di moscardini
Ingredienti
½ kg di moscardini (se potete sceglieteli piccoli)
2 patate in pasta gialla
un mazzetto di aromi (alloro, rosmarino, sedano, prezzemolo)
uno scalogno
olio
sale affumicato
pepe rosa
½ l di vino rosso (ho usato nero d’avola perchè era aperta)
una manciata di prezzemolo per la finitura
fare imbiondire nell’olio lo scalogno, ed aggiungere, praticamente in sequenza, i moscardini puliti, il vino e gli aromi. incoperchiare la pentola e lasciarla a fuoco basso per una ventina di minuti. Non c’è bisogno di mescolare, non c’è bisogno di stressarsi, al limite ogni tanto alzate il coperchio e con la scusa di sbirciare l’andamento della cottura, fatevi inebriare dal profumo intenso ed avvolgente. Se dopo 20 minuti inforcando un moscardino, vi sembra ancora duretto (intendo molto duro) fatelo stare li quieto quieto per un’altra decina di minuti.
Nel frattempo fate cuocere le patate, con la buccia in abbondante acqua aromatizzata e salata, i tempi regolateveli in base alla grandezza delle patate, tenendo conto che sono fetenti, l’intermezzo di tempo dacché passano dal crudo al cotto è brevissimo, se sfugge si sfaldano in un accenno di sfatto e vengono bene per un altro tipo di ricetta, non per questa insalata dove le patate, come il pesce, devono conservare la giusta consistenza.
Scolate le patate e fatele raffreddare, dopodiché tagliatele e mettetele nei piatti. Estraete i moscardini dalla pentola e, dopo averli fatti intiepidire, tagliateli a pezzi non troppo piccoli, disponendoli sopra le patate. Condite il tutto con olio, qualche grano di pepe rosa, i grani di sale affumicato e una manciata di prezzemolo.
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Anche qui si usa dare(ancora oggi ;-) )del camallo quando ci si comporta in un modo poco consono alle buone maniere,senza pensare in realtà a quale fatica c’era dietro a quelle imprecazioni a cui ti riferisci in questo bellissimo post.
Nn ho capito però ben capito cosa sia Caricamento,una piazza?
Un mercato?
invido molto la tua possibilità di poter sciegliere da chi andare a comprare esce tanto bello e di sicuro fresco.
Anche io vorrei sapere dov’è Caricamento!! Ho letto tutto d’un fiato il post, per fortuna come dici tu hai portato a casa un bottino consolatorio! Elga
Elga bè, Caricamento è il cuore del centro storico, noi lo si appella così in forma estensiva, perchè (per noi) è ovvio che essendo una piazza (caricamento, appunto) non ci sono botteghe perciò non ci possiamo comprare niente, ma nel dintorno, nei vicoli e sotto i portici, chiamati sottoripa, c’è un pullulare di botteghe rimaste indietro di una cinquantina d’anni, soprattutto nel settore alimentare. se vuoi approfondire leggi QUA, o QUA,o QUA, o QUA,o QUA.
Lory, ci sei stata a Caricamento, anche se non te ne sei accorta. Ho messo una foto un po’ datata che avevo nel pc, non so manco dove l’avevo presa, ma dava bene l’idea di cosa significasse Caricamento in epoche passate.
hai ragione, un paese non è civile se non riesce a dare sicurezza a chi lavora, e questo post è proprio fatto col cuore, scritto come sai fare solo tu, poi ecco io i camalli li ho letti nei libri ma di camalli in realtà è pieno il mondo, sono quelle persone che se un giorno sparissero tutto si sfascerebbe come un castello di carte…
Stamattina sono venuti a portare i mobili ikea. Ma non erano i trasportatori dell’ikea, e nemmeno la ditta che si occupa dei trasporti per l’ikea. Occhio e croce mi viene la parola “subappalto”: in due, con un camioncino sfigato, e poi per 5 piani di scale a portare su circa 800 kg di truciolato. Stavo male per loro, e secondo me non avevano certo un’assicurazione in caso di infortunio. Gli ho lasciato la mancia per mettermi a posto la coscienza (che non è mica colpa mia, in fondo: a noi il trasporto è costato un sacco), però è davvero un mondo che gira storto…
ps: ho pubblicato, con un po’ di anticipo, la ricetta gialla, che domani ‘gna fo!
stella i morti di molfetta, indicano che i mortiammazzati non hanno una patria vera e propria, stanno al sud come nel nord, nei porti come in edilizia o, appunto, i dittarelle come a Molfetta. Ma una società che accetta questo non è una sociaetà civile. in realtà non è nemmeno una societÃ
k non è venuta la gondrand? non ricordavo manco il nome :)
l’ultima cosa che mi hanno portato, a dicembre, c’era un italiano che “dirigeva” un ragazzotto extracomunitario che di fatto ha lavorato da solo, l’altro era in accompagno. mi sono persino detta -tò abbiamo ripristinato la schiavitù- solo che stavolta ci siamo fatti furbi, l’abbiamo legalizzata. che tristezza
Bah, sul camioncino sbagasciato (si può?) non c’era scritto nulla. Erano due sudamericani, di cui uno si è fatto un mazzo tanto. Davvero da rovinarsi la salute!
bon, vado a vedermi l’horron con jonny depp!
baciotti
ciao fior di sale,
grazie per avermi fatto visita, mi piace molto questo tuo post.. un pò per i moscardini “un mio dolce ricordo d’infanzia” e soprattutto per aver dedicato un pensiero ai morti sul lavoro. Non è possibile perdere la vita sul posto di lavoro. E’ ora di finirla!.. Gridiamolo in faccia a politici e industriali, persone con la pancia piena e la testa vuota.
Luca
ciao
non ero mai stata sul tuo blog… :-S
sì, DVDS piace tanto anche a me, così come mi piace cucinare, e scrivere, e fare fotografie e… ;-)))
Cara Fiordisale… leggo solo oggi questo tuo bellissimo post e… con le lacrime agli occhi mi hai fatto ricordare un mio carissimo amico (a cui ho dedicato uno dei mie primi post) morto a soli 37 anni, buttato giù da una gru mentre lavorava con un amico… Ma quali statistiche, quali discorsi… Ognuno di questi ragazzi rimane unico ed insostituibile… non dovrebbero essere solo i loro amici e colleghi a protestare, ma le famiglie rimaste “orfane” a presentarsi a casa dei nostri politici, parlare a quattrocchi con ognuno di loro, con le loro mogli e figli… sennò resteremmo per loro sempre e solo numeri…
uff….. questo post mi scinde in due metà …. nette e precise.
Da una parte l’urgenza che ci siano, non già “alte” leggi (che sono davvero tante e non conosciute) ma cuore nel lavoro.
E mi fa una tristezza ancor più grande perchè il mio ufficio si occupa propiro di questo, di sicurezza sul lavoro, e i piani ci sono, e vengono fatti….. ma a seguirli?
Vabbè….. che gran dolore sento dentro.
L’altra metà …. la sciocca metà , sta sbavando dietro i tuoi moscardini!
Che deliziaaaaaaaa (posso venire?)
nasinasi
micipallina ehi a propò, che fine avevi fatto? tutto bene? dai viè qua che te li rifaccio volentieri i moscardini, a me piacciono da morire.
Ciao Marzia benvenuta, spero che ogni tanto tornerai a trovarmi, io leggo spesso l tue avventure al pascolo, sai?
Luca ahinoi, forse le parole non bastano più.
secondo me, che sono parecchio riida su ste cose, chi vota gente immeritevole, con carichi pendenti o altre schifezze, è correo di queste situazioni. nessuno si può dire al sicuro dalla propria morale, nessuno sta al di sopra delle parti. Se si vota per gentaglia che fa leggi orrende poi non ci si deve stupire ce succedano anche di ste cose. Abbiamo costruito una gabbia perfetta, ci sentiamo più liberi senza esserlo mai stati. saremo cretini?
Gatadaplar benvenuta, io ti conoscevo già (da mò!) sono una girovaga e conoco moltissimi blog (anche se non commento).
Mi spiace averti turbato ma sappi che finquando ci si turba è un buon segno, significa che non ci hanno ancora indurito, inacidito, automatizzato, e siamo ancora in grado di rattristarci ed indignarci.
e questa è la cosa più importante.