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Questo post partecipa al magnifico concorso di Sigrid e come potrete notare sono arrivata in tempo per il rotto della cuffia :-P |
Lo disse a capo chino, con lo sguardo rivolto alla minestra preparata dalla nonna: “domattina dovrete arrangiarvi, noi dobbiamo uscire presto, abbiamo un appuntamento all’ospedale”. Di colpo i miei fratelli si zittirono e i cucchiai rimasero a mezz’aria, facendo sprofondare la stanza in un silenzio quasi irreale. In quel interminabile intervallo di tempo lei non aveva mai alzato la testa dal piatto, continuava a portarsi il cucchiaio alla bocca e se non fosse stato per quel leggero tremolio della mano avremmo potuto pensare che fosse serena, tranquilla e che gli accertamenti che si preparava a fare erano semplice routine.
Essendo la più piccola, fui spedita con lo zaino della scuola e poche cose da una vicina di casa che si chiamava Italia alla quale eravamo un po’ tutti affezionati.
Mia madre fu ricoverata il mattino dopo, ufficialmente per fare qualche analisi ma in realtà non si sapeva bene come stessero le cose, e successivamente scoprimmo che i giorni di degenza divennero settimane e che insomma la questione non era così breve e di routine come speravamo inizialmente. Forse ai miei fratelli più grandi furono spiegate verità che vennero taciute ad una bambina di sette anni, ma a guardare indietro credo che quel periodo sia stato vissuto da tutti come un viaggio nella paura, c’erano malattie di cui non si aveva neanche il coraggio di parlare.
La mia permanenza in casa di Italia fu meno gioiosa del solito, quando andavo da lei nei lunghi pomeriggi di doposcuola e anche se non ero in grado di decifrare tutto quanto mi stava accadendo attorno, ero dotata, come tutti i bambini, di quello speciale sesto senso che mi aveva fatto capire che la mia famiglia era in pericolo grave, che avremmo potuto non farcela e perderci. Ero attanagliata da mille timori, cupa e silenziosa, molto diversa dall’abituale allegro terremoto che tutti conoscevano.
Forse fu solo per distrarmi, o forse semplicemente aveva voglia di lasciarsi andare a ricordi lontani, fatto sta che Italia in quei giorni mi raccontò un piccolo spezzone della sua vita, quella vissuta ancora prima della fuga da Istria fino all’arrivo a Genova. Così venni a sapere di fatti e tragedie che non ero in grado di comprendere fino in fondo, ma lei fu davvero brava a catturare la mia completa attenzione, la sua era una storia a tratti triste ma incredibilmente avventurosa da apparirmi come un appassionante telefilm col vantaggio di averlo di fronte in carne ed ossa.
La sua famiglia si stabilì a Genova, esule costretta alla fuga da Tito e lei, con quel nome ingombrante, rimase vedova ch’era ancora giovanissima e con un altro figlio in arrivo così si dovette rimboccare le maniche e inventarsi un futuro che non aveva preventivato. Fu dama di compagnia, domestica, commessa e chissà quanti altri lavori per riuscire a mantenere la famiglia, ma aveva determinazione o forse fu solo la forza della disperazione, la stanchezza di quella precarietà che si portava dietro da Istria che la spinsero a studiare fino a diplomarsi da maestra elementare, lavorò per tutta la vita nella stessa scuola che frequentavo. La conoscevano tutti e tutti ne avevano grande rispetto e considerazione, era una persona dolce e disponibile. Addirittura aveva la coda fuori dalla porta per aiutare a scrivere le lettere alle persone analfabete che in quel quartiere operaio non mancavano.
Ritrovandosi vedova e coi figli lontani allontanò lo spettro della solitudine da pensionata, tenendosi occupata coi figli altrui, ed era brava davvero! Spesso capitava che ascoltavamo più i suoi consigli, le sue raccomandazioni piuttosto che quelle di mamma.
Proprio oggi cercando una ricetta che avesse un significato particolare mi è venuta in mente lei, con i suoi meravigliosi biscotti, gli stessi che faceva per portarli all’ospedale da mamma, gli stessi che le fece trovare sul tavolo quando tornò a casa guarita, con la paura stampigliata in faccia ma il gran sorriso dello scampato pericolo addosso.
I biscotti di Italia sono magnifici, soffici e deliziosi, erano spesso la mia merenda della consolazione, di quelle che piacevano e piacciono ai bambini di tutte le età, impastata d’affetto e dedizione.
Biscotti Caporali
Non confondeteli con i savoiardi, anche se sono stretti parenti. A differenza dei savoiardi sono meno friabili e molto più morbidi, il mio morsetto non mente :-), a Genova sono molto usati e mi riprometto di trovare informazioni più sicure di quelle attuali che vedrebbero la loro comparsa attorno al 1500 o giù di lì.
6 tuorli;
140 g di zucchero;
140 g di farina;
7 albumi a neve;
70 g di zucchero;
40 fecola
scorza di limone grattugiata (due cucchiaini, a piacere)
un pizzico di sale;
zucchero a velo vanigliato
Mettere i tuorli con 140g di zucchero nel recipiente del mixer e sbattere a velocità medio-alta per una decina di minuti finché il composto non sarà diventato bello gonfio e di color chiaro. A metà lavorazione aggiungere piano piano 2 cucchiai d’acqua non fredda. Quando il composto e’ ben amalgamato, aggiungete la farina setacciata con la fecola, unire la buccia del limone. Fatelo stando attente a non smontare il composto di uova. Montare con la frusta gli albumi col sale a neve fermissima. A metà lavorazione aggiungere i rimanenti 70 g di zucchero, sempre continuando a montare. Unire i due impasti mettendo il composto dei tuorli e farina negli albumi a neve e mescolare con la spatola facendo attenzione a non smontare l’impasto. Mettere l’impasto in una sac à poche col beccuccio liscio (da 14 mm) e fare dei bastoncini, deponendoli su teglie rivestite possibilmente di carta forno. Tenete presente che hanno la tendenza ad allargarsi, quindi lasciate un po’ di spazio tra un mucchietto d’impasto e l’altro, altrimenti succede un disastro. E’ inutile che guardate strani, si mi è successo embè? :-P
Infornare a 160 °C con forno ventilato, per circa 20 minuti, con l’avvertenza di tenere lo sportellino un po’ socchiuso magari col ferma porta oppure col manico di un cucchiaio, sempre sperando che non abbia il manico di plastica.
Fare raffreddare e spolverare di zucchero a velo.
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Tag: Robe genovesi, biscotti, concorsi
Scritto da fiordisale lunedì, 6 ottobre, 2008
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lunedì, 6 ottobre, 2008 alle 23:46
Gì…mi hai fatto piangere…sai cosa spero in cuor mio di non far passare mai nemmeno un secondo così a mia figlia…ma di saperle spiegare nel bene e nel male tutto…quello che va e quello che non va…per non lasciarla sola con la sua testolina nelle cose grandi…un abbraccio e passami un biscotto che è meglio ridere ed è pure tardi….
martedì, 7 ottobre, 2008 alle 08:16
Che bello il racconto…sono sempre d’effetto le tue introduzioni…
Caspita che bontà questi biscottini!!
bacioni
martedì, 7 ottobre, 2008 alle 09:24
ora sono meno triste di non aver partecipato al concorso di sigrid..sai anche io ieri sera sono stata al pc fino a mezzanotte, con il ditino su “pubblica post”..che faccio che non faccio…alla fine ho desistito, ma con te non ci sarebbe proprio stata storia. Sei unica!
un abbraccio
martedì, 7 ottobre, 2008 alle 09:28
Commovente spezzone di vita e grazie per i biscotti: ne ho tanto sentito parlare, ma non li avevo mai visti.
Barbara
martedì, 7 ottobre, 2008 alle 09:33
Ennesimo racconto bellissimo ci regali Gì..che vuoi che ti dica, i ricordi dei bambini sono le cose più belle e struggenti che ci siano.
Ed i biscottini davvero buonerrimi.A sto punto un giro a Genova me lo devo fare quanto prima!
Bacioni
martedì, 7 ottobre, 2008 alle 09:39
Come sono triste quando mi accorgo che questo tipo di rapporti si sta perdendo un po’ ovunque :(
ti mando un bacio grosso grosso, buona giornata cara Gì
martedì, 7 ottobre, 2008 alle 09:40
Mi hai fatto tornare a galla il ricordo di quando la mia di mamma fu ricoverata e io fui affidata ad una zia. Io di anni ne avevo 3 o 4. Il ricordo è più una sensazione, forse. La sensazione di essere sospesa in un buco spazio-temporale perché la mamma, la mamma di sempre, non era lì con me. E la fiera tenacia con cui avevo tenuto da parte un pezzetto di torrone da darle al suo ritorno.
martedì, 7 ottobre, 2008 alle 10:04
che bel racconto…ma soprattutto grazie per la ricetta dei caporali…mi piacciono tantissmo!
martedì, 7 ottobre, 2008 alle 10:36
:)))))))))))
Giu
martedì, 7 ottobre, 2008 alle 10:58
ciao gisella!manco un pochino, ma passo di qua e quando posso leggo. questa volta ho letto, e mi è piaciuto. pure i tuoi biscotti, quelli di Italia, sembrano davvero invitanti! un salutone
martedì, 7 ottobre, 2008 alle 11:37
Bellissimo e commovente il tuo racconto, mi piace il tuo modo di scrivere…brava Gì il premio per me dovrebbe essere tuo…bacioni
martedì, 7 ottobre, 2008 alle 12:18
Ciao cara,
quanti sentimenti ci ha fatto tirar fuori Sigrid, meriterebbe un premio speciale solo per questo!
La tua storia è molto profonda, conosco benissimo quel senso di vuoto, quell’incertezza infantile che ti prende quando recepisci che c’è qualcosa che non va, non sai cosa, ma sai che non devi chiedere, che è meglio non approfondire, a volte i bambini sanno essere molto, molto, … troppo maturi!
grazie
baci
dida
martedì, 7 ottobre, 2008 alle 12:30
Ho letto con piacere il tuo racconto di vita.
Mi hai fatto accaponare la pelle per come vivono gli avvenimenti della vita i bambini che sono a volte inconsapevoli, a volte lasciati inconsapevoli perchè si pensa non capiscano.
Copio anche la splendida ricetta.
Un bacio.
ciao
martedì, 7 ottobre, 2008 alle 12:40
Bellissimi i tuoi biscotti…in bocca al lupo!!!
martedì, 7 ottobre, 2008 alle 12:42
Ciao fiordisale!
Complimenti per il racconto che per la ricetta di questi biscotti che non conoscevo;)
In bocca al lupo anche a te!
Carla di lettoemangiato
martedì, 7 ottobre, 2008 alle 13:44
Bellissimo questo racconto! Mi ha preso moltissimo
Un bacione
martedì, 7 ottobre, 2008 alle 14:20
Accidenti, mi hai fatto commuovere! Racconto venato di tristezza, ma che scalda il cuore. Ho “partecipato” molto (hai un talento per la scrittura, lo sai, vero?).
Grazie per il tuo racconto.
E grazie anche per la ricetta (proprio la ricetta “di casa” che cercavo per i biscotti della colazione del mio cuccioLeo) che ho intenzione di provare molto presto ^__^
Saluti e in bocca al lupo per il concorso.
Per quel che vale, voterei per te anche senza conoscere i racconti degli altri partecipanti! ^__=
Ciaccola
martedì, 7 ottobre, 2008 alle 18:26
ciao Fiordisale,io sono stata addirittura 7 anni in collegio. Avrei voluto scrivere un libro con tutte le mie disavventure,ma certamente non sono brava come te,perciò il libro è rimasto nella mia fantasia,però i biscotti voglio provare a farli, anche perchè il loro nome è il cognome(pensa un po’!) della mia nipotina. Ciao Rita
martedì, 7 ottobre, 2008 alle 23:25
impastata d’affetto e dedizione mi sembra una frase d’amore meravigliosa.
sai sto leggendo tante storie in questi giorni, alcune corte altre stringate altre così…arronzate che non è che sempre tutto tutto piace.
e mi sono fatta persuasa (lo scrivo con la sintassi sicula) che il saper scrivere è un dono che si coltiva e tu hai e fai entrambe le cose.
mercoledì, 8 ottobre, 2008 alle 00:35
ciao fiordi!
visto, sono venuta a trovarti di qua!
mi è proprio piaciuta sia la storia che la ricetta, veri e sinceri tutti e due. una delle migliori tra quelle che sono andata a sbirciare fino ad ora. insomma, ci tenevo a dirtelo, ecco.
mercoledì, 8 ottobre, 2008 alle 11:43
Sembra tratto da un romanzo… quante volte ti ho detto che ammiro la tua bravura con le parole?!
Mi hai fatto venire in mente quando anche mia madre per un periodo, per me interminabile, fu ricoverata…. anche io, in quel caso, non seppi mai il vero motivo… mi dissero per anemia…. mah boh…noi due sorelle fummo affidate a mio padre, che essendo scultore, lavorava in casa e quindi era sempre presente… ogni tanto veniva qualche vicina o parente a portarci qualche cosa di decente da mangiare… perche’ mio padre davvero cucinava delle cose orrorose… Fu un periodo molto difficile per me…
Un beso
Dani
mercoledì, 8 ottobre, 2008 alle 14:29
Mi hai ricordato di un soggiorno da una zia in un periodo in cui mia mamma e’ stata ricoverata….stesse sensazioni, un po’ l’allegria di stare con i cuginetti, un po’ la preoccupazione istintiva e la mancanza della “normalita’”……un abbraccio ed in bocca al lupo anche a te!!!!
mercoledì, 8 ottobre, 2008 alle 15:42
Sei unica Fiore, tu sì che sai catturare l’attenzione: il premio è tuo! Il racconto, oltre che essere scritto benissimo, ti tiene con il fiato sospeso… mi fa piacere che tua mamma sia tornata a casa guarita…
Un bacione a te ed un abbraccio a quella bimba impaurita che dovevi essere, in parte quell’esperienza ti ha reso la persona speciale che sei diventata!
mercoledì, 8 ottobre, 2008 alle 17:03
bella storia, bei ricordi anche se dolorosi… E’bello ogni tanto scoprire un pezzetto di noi, che pare nascosto, forse dimenticato ma che, grazie ad piccolo pezzo di carta ingiallito torna alla carica con vigore.
Brava FiorGi!
Ed i biscotti sarebbero perfetti con il mio tè delle 5!
giovedì, 9 ottobre, 2008 alle 00:10
Lo sai che io mica lo so? Davvero io… non sono sicura che non sia un errore tenere i bambini un passetto indietro e certe cose fargliele digerire un po’ per volta.
manu_silvia grazie, siete gentilissime
Dolcezza oddai non dire così. E’ una gara, un concorso… Eppoi pensa a quanti avranno mandato i loro lavori per email :-))
Barbara falli questi biscotti, sono davvero buoni
Saretta devi farmi una listarella di quello che vorresti assaggaire così ti faccio trovare la cestina di capuccetto rosso (per il bosco non ti preoccupare. Per il lupo non c’è problema. Quello lo fornisce palazzo Chigi ;-))
Elisabetta è vero sai? e non saprei manco dire quand’è cominciato questo scempio, quest’aridità tristissima
juliette c sai che hai descritto esattamente la sensazione che si prova? Ci si sente come quando si sta inaereo e si sta raggiungendo l’alta quota un po’ troppo velocemente: cuore in gola ed orecchie che friggono. Ci si addormenta così e al mattino si è ancora così. Ma penso che anche quello serva. Ne sono sicura.
atruf76 ciao tesora, che piacere rileggerti, in bocca al lupo anche a te!
Giu ;-) (io speriamo che me la cavo, dai)
Adina prova a farli, sono perfetti!
Anna eh magari! Io sono una dilettante allo sbaraglio in tutto!
dida70 sai che lo pensavo nelmentre (trascurandovi.. .ahinoi) andavo in giro per gustarmi i vari racconti? Si Sigrid è davvero grande, riesce dove nessuno ce la farebbe
MICHELA però bisogna anche dire che i bambini sanno riprendersi prima
Francesca :-))
carla grazie e… crepi!
Morettina grazie sei molto gentile
Ciaccola ahahahah ma grazissime! mi hai strappato un sorriso. Ma io ti eleggo mia biografa ufficiale, anzi mio Pr personale. Mi dai molta più carica delle vitamine
rita perché non ci provi lo stesso? Magari tu pensi di non essere brava e invece… pensaci, chissà…
enza GRAZIE! Ma magari avessi sto dono, anzi negli ultimi anni (a causa di percorsi internettiani alquanto travagliati) credevo di aver deteriorato irrimediabilmente la mia capacità d’esprimermi compiutamente, e a volte (anzi spesso) si nota pure…
L’impasto è lo stesso che tu fai alle tue bambine e loro crescendo se lo ricorderanno e te ne saranno grate per sempre. Perché per certe cose non c’è carta di credito che tenga :-)))
barbaraT mucho onorata! Certo che fatta da te quest’affermazione ha davvero un gran peso. Quasi quasi mi stampo il post e me l’appendo :)))
campodifragole “tratto da un romanzo” ellapeppa! :-))
Apposta mi mandarono da Italia, già ero uno scricciolino che non mangiava niente, figurarsi a lasciarmi a me stessa!
Elvira si ecco, credo che ai bambini turbi sostanzialmente l’anormalità, i bruschi cambiamenti, anche fossero migliorativi. Insomma sono come i gatti!
Dolcetto credo proprio che tu abbia ragione. Secondo me tutti quanti sono il prodotto di tutto quello che hanno vissuto, ed io non posso davvero lamentarmi (né in un senso né nell’altro :-))
sandra vorrà dire che te li porterò alla prima occasione, vuoi?