Vuoti a rendere
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“Migliaia di italiani si sono ritrovati in mano una patacca. Una carta azzurra, di plastica, con il retro magnetico, il numero, il logo giallo e rosso della Mastercard. Belle, eccome. E di valore: si stima costi almeno 50 centesimi l’una, più 1 euro per la ricarica bimestrale, più il 2 per cento per le spese del circuito bancario. Uno scherzetto da 8 milioni e 500mila di euro, a pieno regime. Una lotteria per il mezzo milione di italiani che, soltanto alla cassa e davanti al commesso, saprà se la sua carta annonaria è buona oppure è uno scherzo del destino, se può permettere di fare la spese oppure di annunciare la propria povertà a tutti.
Duecentomila tessere vagano scoperte di tasca in tasca, sospese o respinte. Duecentomila italiani, forse di più, le possiedono senza poterle utilizzare. Alcuni (pochi) lo sanno. Altri, molti altri, che non sanno, vanno incontro alla sciagura.
Ci vuole del metodo per ideare una così lunga e inutile fatica. Prima fila: farsi certificare la povertà, la disgrazia assoluta. Seimila euro all’anno. In fila, naturalmente per vedersi attestata dal patronato la sospirata povertà. Poi l’Inps, le Poste, sempre in fila, sempre allo stesso modo. Infine, coraggio, andare al supermercato ed esibirla questa maledetta povertà. E poi, duecentomila volte finora, vederla svergognata: “La tessera non è carica”. Ma ha letto bene?
[articolo da La Repubblica di Antonello Caporale - leggi il resto]
Lo stralcio dell’interessante articolo che ho riportato la dice lunga su come stanno andando le cose, ma sopratutto mi ha fatto venire in mente certe commedie ironiche con il commesso viaggiatore (altrimenti detto piazzista) che illustra all’ingenua casalinga le favolose qualità della sua merce. Aspirapolveri che risucchiano acari ancora non catalogati piuttosto che calze così erotiche e riposanti che una nemmeno se le sogna, per non parlare della lingerié, ma li dovrei fare una divagazione obbligata verso il postino che suona sempre tre volte, quindi desisto. Tutto questo per dire che i fortunatissimi possessori della social card, per il cui possesso hanno dovuto affrontare code, presentazione di documenti, trafile burocratiche durissime e una selezione da guinness, si sono ritrovati tra le mani una patacca.
Ovvero il nostro affidabilissimo premier gli ha rifilato la patacca dell’anno. C’è da schiantarsi dal ridere, se non fosse una situazione drammatica. Già me l’immagino la sciura che va al supermercato e le negano l’acquisto. Ma la sciura in questione, che così speranzosamente, a suo tempo, affidò le sue aspettative ed il suo voto a ‘sta banda di manigoldi, adesso comincerà ad insospettirsi? Senza contare che questa vicenda richiama alla mente qualche bagliore della vecchia storia del voto di scambio del quale era maestra la balena bianca DC.
Una delle cose più divertenti, che davvero dovrebbe far riflettere, è stato l’intervento di Tremonti dalla Annunziata. Dopo tutta la bagarre dei media attorno a questa vicenda lui se ne è uscito con un “non è vero”, quindi la sciura missà che dovrà rinunciare ai suoi 40 euro al mese, almeno per il momento.
Ad un certo punto ho pure pensato che quellolì, con grande spirito di sacrificio, vendesse Kakà per riempire ste card vuote, ma a quato pare non c’è riuscito, che stia perdendo lo smalto del piazzista? Oppure, ed è l’ipotesi più credibile, da gran spettacolante quale è sempre stato, ha fatto montare il pathos e montare una vicenda, per poi farci la figura del magnate, del reggente che accontenta la folla. La stessa folla a cui stanno chiudendo le fabbriche. A ben riffletterci, ed è sempre la stessa folla a cui il suo re, dirà che ha già fatto un grande sforzo, tenendo Kakà, perciò non è che gli si può pure chiedere di salvargli il lavoro, in fondo avranno più tempo per godersi il campione allo stadio ;-)
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