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No bè ecco, è pur vero che il ricordo di un bel momento non consola, ma se si è riusciti a carpire una ricetta si sta certamente meglio. E quella di cui parlo non è una ricetta qualsiasi, anzi vi sfido, andate in giro per i libri che avete in casa, oppure più semplicemente a zonzo per il web, come ho fatto io: di questa ricetta e della sua storia non vi è traccia, manco fosse davvero il santo Graal! Anzi precisiamo, io non ne ho trovato traccia, e dato il mio (ahem) talento sherlockesco, mi viene spontaneo pensare che non sia così facile trovarla, come il santo Graal, appunto (l’ho già detto, si? :-)). D’accordo va bene avete ragione comincio i post sempre da un punto imprecisato del discorso, ma mica lo faccio apposta è che ho la testa più veloce delle dita, o della rete, va a sapè, però adesso mi darò un ordine e una scaletta e tirerò fuori il rospo, và.
Qualche tempo fa sono stata nelle Langhe, e nel mio vagabondare senza una meta precisa ho inciampato in un posto bellissimo, dove spero tornare presto. É sulla strada che da Montezemolo porta a Belvedere Langhe in provincia di Cuneo, nelle belle giornate il panorama lascia senza fiato. É un rustico riadattato ad agriturismo, parrebbe inutile ribadire che la qualità del cibo è sorprendentemente buona, però è giusto dirlo perché non si pensi che sia una cosa scontata . Qua si cucina ancora come un tempo, si fa tutto in famiglia, ed è appunto alla signora, che ho chiesto aiuto per questa ricetta. Io ne ignoravo l’esistenza, l’ho mangiato proprio lì la prima volta. Mi è stato spiegato che il Flan delle Langhe è l’antesignano del Bonet piemontese, ma non è il Bonet, non confondetevi! Si mangia solo qua , nel cuore del cuore delle Langhe, fa parte della storia di questi posti e stranamente non ha avuto la stessa divulgazione del più famoso Bonet. É un vero mistero.
Quindi faccio un appello a tutti, particolarmente ai Piemontesi, cercate questa ricetta nei vecchi libri, è veramente incredibile che sia scomparsa dalla storia culturale del Piemonte. Incredibile sopratutto perché vi assicuro che merita la massima considerazione, è veramente buona e per fortuna la cultura contadina e popolare la tramanda da madre in figlia.
Flan delle Langhe
Ingredienti (per 6 formine)
½ l. di latte intero
100 g. amaretti
3 uova
3 cucchiai di zucchero
100 g di nocciole tostate (Tonda Gentile delle Langhe)
½ tazzina di caffè
½ tazzina di brandy
Per prima cosa tostare le nocciole intere, metterle in una teglia rivestita con la carta forno e infornare a 200° per 5-10 minuti o comunque finché le nocciole non sembreranno leggermente tostate, conviene muovere la teglia ogni tanto per uniformare la tostatura. Quando la pellicina comincerà a staccarsi saranno pronte e la cucina sarà invasa da un aroma spettacolare. Mettere le nocciole ancora calde in uno canovaccio e strofinarle energicamente. A questo punto le nocciole dovrebbero essere completamente pulite dalle pellicine. Prima di frullarle per ridurle in polvere lasciarle raffreddare bene. Mettere mezzo litro di latte sul fuoco, portarlo ad ebollizione e poi spegnere. Suggerisco di usare una pentola di rame, sarà comoda più avanti. Nel frattempo mettere nel mixer le uova e cominciare a sbattere, unire lo zucchero. Quando il composto sarà chiaro e spumoso aggiungere la farina di nocciole e gli amaretti ridotti in polvere anch’essi. Quindi unire anche il caffè e il brandy. Unire il composto con le uova nel pentolino del latte, molto lentamente e cominciare a mescolare con un cucchiaio di legno. Quando tutto il composto sarà stato assimilato al latte, rimettere sul fuoco la pentola, sempre continuando a mescolare. I tempi di rassodamento del composto dipendono molto dal tipo di pentola usata, con la mia in rame il tutto è durato all’incirca dai 5 ai 10 minuti. Versare il composto nelle formine e posizionare le formine in una teglia con dell’acqua, per poi mettere il tutto in forno a 180°C. per un 25-30 minuti.
In realtà la signora non mi ha detto di cuocere a bagno maria, è stata una mia deformazione bonettiana, quindi si può provare anche senza.
FATELO! Non foss’altro che per l’impresa eroica di salvare una ricetta dispersa dall’oblio dell’ignoranza. Eppoi insomma, se dico che merita… merita veramente!
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Tag: dessert, dolci al cucchiaio
Scritto da fiordisale lunedì, 23 marzo, 2009
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25 grani di sale to “Ognuno ha il santo Graal che si merita :-P”

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lunedì, 23 marzo, 2009 alle 09:38
Prima!!
:))
Alla faccia dei plagiatori riuniti, questa te la copio io!
Buona settimana cara Gì
;-DD
lunedì, 23 marzo, 2009 alle 09:41
beeeeeeeeeeello! e deve essere anche buono!
me lo segno!
lunedì, 23 marzo, 2009 alle 10:01
anche io da piemontese e soprattutto originaria di luoghi non distanti da Belvedere, non ne avevo mai sentito parlare. o forse, ora, pensandoci, potrebbe essere un dolce che io conosco con un altro nome, il più banale budino, che mia nonna faceva raramente ma per le anziane della casa era un’abitudine. perchè una volta, in effetti, non esistendo gli elah.. il budino era così! :)
l’unica, per vedere se è davvero quello.. è provarlo!!! :D
lunedì, 23 marzo, 2009 alle 11:39
un piccolo tesoro della tradizione che è stato dissepolto…e brava la mia food indiana jones ;D
Un bacio e buon inizio settimana
fra
lunedì, 23 marzo, 2009 alle 12:03
devo controllare sul mio vetusto ricettario di Lisa Biondi! :)
Per copiarti questa ricetta devo assolutamente comprare la caccavella di rame…si, si, non posso assolutamente fare senza!!!! :D
lunedì, 23 marzo, 2009 alle 12:10
Una meraviglia..
secondo me la cottura a bagnomaria ci sta bene, perchè mantiene la morbidezza senza seccare.
Mi sa che lo proverò, quando non so, visti i miei prossimi impegni alimentari-dietetici, ma giuro che la provo, anche solo per farla mangiare agli altri…:)
lunedì, 23 marzo, 2009 alle 12:57
spettacolare! ero già conquistata ancora prima di leggere la storia! li voglio fare subito!!
lunedì, 23 marzo, 2009 alle 18:35
ciao tesoro..come va? io tranquilla e felice…ma dimmi questo posticino che hai scovato oltre a tramandare docli segreti e deliziosi ospita anche per la notte? è così bello!
lunedì, 23 marzo, 2009 alle 19:44
ciao, questa la faccio a mio marito. Ogni tanto qualcosa anche per lui.
lunedì, 23 marzo, 2009 alle 20:27
Sei straordinariamente brava…
martedì, 24 marzo, 2009 alle 09:24
mmmmm giornatacce ma, come si suol dire, potrebbe pure andare peggio, dai!
martedì, 24 marzo, 2009 alle 09:25
aracoco ma grazie, detto da te, è un vero onore!
martedì, 24 marzo, 2009 alle 09:27
giagina aspetto di finire il primo pezzo di una brutta (brutta, brutta) rogna e poi finalmente posso pure dedicarmi anima&core ad un sacco di cose sfiziose, tra cui il tuo blog :-P
martedì, 24 marzo, 2009 alle 09:30
Lo eh, teoro, è un momentaccio da certi punti di vista, però cerco di prenderla dal punto di vista di sfida e quindi mi piace l’idea di provarmi a sconfiggere la sorte. Invece da altri punti di vista (vedi alla voce godereccia) va alla grande. Il problema, forse, è che mi viene l’ansia a non riuscire a trovare manco spiccioli di tempo per condividere. Dai stringiamo i denti, so che finirà al meglio!
martedì, 24 marzo, 2009 alle 09:31
Giò secondo me è il dessert ideale per quando si ha ospiti difficili ;-)
martedì, 24 marzo, 2009 alle 09:33
Serena la prossima volta voglio provarla nelle formine di ceramica senza bagnomaria, giusto per togliermi lo sfizio!
martedì, 24 marzo, 2009 alle 09:39
Elvira guarda quando ancora ero stolta e presuntuosetta (non che adesso abbia smesso, intendiamoco, solo che magari lo faccio per robe diverse!) dicevo, quando ero così stolta, davo pochissima iportanza al pentolame e invece, soprattutto per talune ricette il successo è determinato proprio dalla pentola giusta. É proprio di pochi giorni fa la lamentela di una mia amica a cui è andato a male un brasato… perchè (stoltamente pure lei) ha usato una pentola in acciaio. Il rame, nel caso di questa ricetta, ad esempio, sopratutto se usato con uno spargifiamma in ghisa (si chiama così?) tra fiamma e pentola, fa si che il calore sia costante, senza pichi e ben uniforme. Questo non fa fare grumi e non fa attaccare il composto…. eh dì poco!
Se trovi tracce del faln dimmelo!
martedì, 24 marzo, 2009 alle 09:40
fra questa è in assoluto ina delle cose che mi diverte di più. Lo farei per mestiere (altro che sbattermi con tabelle excel, tzè!)
martedì, 24 marzo, 2009 alle 09:41
alemu allora faccio affidamento su di te per andare a scrtabellare tra i ricettari di famiglia, daiiiii che ce la facciamo!
martedì, 24 marzo, 2009 alle 09:41
Cristina hai presente le persone un po’ difficili? Ecco questo dessert è per loro!
martedì, 24 marzo, 2009 alle 09:42
Sandraaaaa ma tu dovresti aiutarmi a trovare le tracce, chi meglio di te!?!??!!?!?
martedì, 24 marzo, 2009 alle 14:03
ussignur avvertimi quando accadrà così ci tolgo le ragnatele…
mercoledì, 25 marzo, 2009 alle 18:51
:-PPP
sabato, 28 marzo, 2009 alle 18:31
Ebbene sì, da piemontese ti confermo che il flan è meno famoso del cugino bonet ma non per questo meno buono….ce lo siamo tenuti nascosto nascosto tutto per noi per gustarcelo x bene! Scherzo!! :-) Ne ho mangiati moltissimi in giro di flan ma il migliore di tutti l’ho mangiato in una trattoria tempo fa (sempre nelle Langhe). Non ho avuto la ricetta..ho tentato più volte di riprodurlo, ma buono così non mi è mai venuto.
Proverò quindi con il tuo…non vedo l’ora!
BAcioni
Castagna
martedì, 31 marzo, 2009 alle 12:31
Castagna OHHHHH FINALMENTE!!!! mi pareva di aver avuto le visioni come Bernadette! Appena hai scoperto qualcosa in più ce lo racconti? Dai sei una grande!