“E’ la stampa, bellezza. E non puoi farci niente!”
La piglio con calma, alla giusta distanza, perché l’argomento è di quelli ostici. Quando il cinema tratta argomenti scottanti, come il giornalismo, si rischia sempre di avere prodotti finali per addetti ai lavori. A volte, certo, di straordinaria fattura come Insider o veri e propri cult come Tutti gli uomini del Presidente, o il mitico L’ultima minaccia (con Bogart e il suo “è la stampa,bellezza!” da cui il titolo del post). Però c’è anche la possibilità che il risultato sia poco apprezzato dal grande pubblico per la mancanza di schematicità nella narrazione e per il ritmo poco hollywoodiano della messinscena, in questo State of play (di cui riporto la locandina) è proprio esemplare. É un’ opera al confine tra i due stili cinematografici che solitamente raccontano il giornalismo, difatti se da un lato c’è la scrupolosa descrizione del lavoro del cronista, affrontando con piglio polemico il tema della libertà d’informazione, dall’altra si usa lo spunto di un omicidio per distogliere l’attenzione dello spettatore sulla suspense e sulle intricate vicende che l’inchiesta giornalistica potrebbe scoperchiare.
In realtà anziché la locandina dell’ultimo film, in ordine di tempo, che ha per protagonista la professione più bella del mondo, avrei potuto scegliere tra un discreto campionario di foto recenti, perché il periodo è tutt’altro che roseo, perlomeno in Italia.
Ma forse cercando un film emblematico per eccellenza, giusto per dare un’idea (cinematografica) dell’eterno conflitto tra autorità e giornalismo, avrei potuto limitarmi a citare Quarto potere. Fa sorridere pensare che dal 1 maggio 1941, data d’uscita del film in America dell’esordiente Orson Welles, le cose non siano cambiate granché.
Queste riflessioni mi sono state stimolate negli ultimi giorni leggendo le prime pagine di taluni giornali italiani e esteri.
La storia di quest’ultimo mezzo secolo ha insegnato che vince chi ha dalla sua il quarto potere, rappresentato, appunto, dalla stampa. Bene lo sa Nixon, e bene lo sanno le popolazioni anglosassoni in genere. In Regno Unito non si scherza, ci si dimette per l’incauto acquisto di film porno a spese della collettività, altro che viaggi di stato per ballerine e musicanti! Però, ammettiamolo, qua da noi siamo avanti anni luce rispetto agli altri qua da noi, difatti, i film ce li facciamo nel quotidiano, la sceneggiatura è improvvisata, come fosse un reality e, spesso, risulta grottesca. Qua da noi Carl Bernstein e Bob Woodward sarebbero sicuramente passati attraverso le strette maglie censorie di qualche Bondi di turno, o avrebbero subito qualche editto bulgaro, come successe a Biagi e Santoro o patirebbero quello che sta patendo la Gabbianelli che il suo Report per inciso è si-cu-ra-me-nte tra i programmi d’inchiesta più incisivi.
In altri paesi la popolazione difende in ogni modo il diritto di cronaca, riconoscendo in esso la stessa difesa della libertà nell’accezione più ampia del termine, perché un Paese è veramente libero solo se ogni cittadino è libero di esprimere le proprie opinioni, anche (e sopratutto) se queste sono in netto contrasto con chi governa. Il nostro premier è un uomo piccolo (e non alludo alla statura) perché ricalca fedelmente le gesta e le azioni di altri, ove per altri si intende la ex URSS o la Repubblica cinese, ad esempio. Perché putacaso anche in questi paesi il primo gesto, per tacitare le voci critiche, è rivolto contro i giornalisti.
Si potrebbe anche parlare di convergenze parallele, se avessi voglia di andare a scavare nel remoto o notare come, incidentalmente, ci siano situazioni che si ripetono, cambiando i protagonisti, anche in epoca fascista furono colpiti per primi proprio intellettuali e giornalisti e adesso non mi si venga a dire che anche questa è una bizzarra coincidenza, eh!?
Tornando alla scenografia di questi giorni, mi chiedo dove sia l’ordine dei giornalisti, qualcuno ne sa niente? Mi chiedo anche come sia possibile che dei professionisti si mettano, così spudoratamente, al servizio del potente di turno per imbastire storie improbabili al solo scopo di screditare i loro colleghi che stanno investigando (putacaso) proprio sul premier. Sta gente qua, mi domando e dico, visto che è evidente che ha cambiato professione, come mai ha ancora il tesserino dell’ordine in tasca? É eticamente accettabile che svolga i due mestieri? Siamo sicuri che non ci sia conflitto di interessi? Siamo sicuri che tra qualche anno non veranno fuori con qualche libro, per raccontarci com’è andata veramente? Anzi a proposito di etica, libri e potere, è morale che esponenti (dichiaratamente) dell’opposizione pubblichino (o abbiano pubblicato) libri con la casa editrice del premier? Mi pare, che a suo tempo, Biagi abbia fatto altre scelte, com’è che voi che siete così intelligentoni, non ci avete pensato (*)?
(*) Veltroni non ha mai pubblicato con Mondadori, D’alema ha smesso nel 2002, come Bocca. Interi plotoni di giornalisti (o pseudo tali) sono ancora a libro paga, altri non ci sono mai entrati, anche se Einaudi non è più quello che era, quel ch’è giusto è giusto.
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Purtroppo qui in Italia la stampa è morta ormai da un pezzo, lasciando spazio alla propaganda di stato. Pessimo indice di democrazia. Io per tenermi informata compro l’internazionale. Bellissima rivista, l’unica nota dolente e rendersi conto di come ci vede la stampa estera
Un bacione
fra
E’ l’Italia, bellezza. E non puoi farci niente.
Sono troppo pessimista?
baci
[...] devastanti del nuovo Dl sulla sicurezza sono quelli sulle intercettazioni, sulla punibilità per i giornalisti e il cosiddetto bavaglio per tutti i siti internet, blog inclusi. Ma cosa c’entrano i blog? [...]
[...] o gli attacchi ai giornalisti in questi ultimi anni si sono moltiplicati, facendo emergere varie denunce? convey_source = [...]