amore e suoi derivati
A farmi decidere di sbrigarmi a fare ‘sto post sono stati i fatti degli ultimi giorni, perché ne ho sentite e lette tante ma pochissime vicine alla realtà , perlomeno quella conosco. La Calabria è la mia seconda patria, no credo non si possa dire Patria in questo caso, allora diciamo seconda casa, e qua vado sul sicuro perché esiste davvero :-) Ebbene si, sono bisdialettale. Anzi non è stato manco facile imparare il dialetto calabrese perché in casa i miei, perlomeno con noi figli, hanno sempre fatto uso dell’italiano, più esplicitamente era vietata (seppur bonariamente) ogni forma dialettale. Credo che temessero qualche sorta di emarginazione da parte degli altri ragazzini oppure semplicemente pensavano che il suo uso avrebbe influito negativamente sul nostro rendimento scolastico. Però, nonostante il divieto, mia nonna che stava con noi, parlava tranquillamente il suo dialetto, diciamo che per mostrare la sua buona volontà lo aveva un po’ annacquato, ecco. Per dare un idea del tipetto, ricordo che una volta in cui eravamo in giro per compere disse ad un bottegaio fregone e scortese, ripigliandosi i soldi dal bancone e lasciando la merce “signore allora io coi miei soldi dove voglio andare ando” (che in seguito divenne uno dei miei motti in suo onore). Vabbè la farei lunghissima a spiegare come e perché ho a mia volta imparato il calabrese, successe più o meno in coincidenza con la frequentazione con la (allora) futura suocera, anche lei calabrese, sarà mica un caso ? ;-)
Essendo nata a Genova, quando ero piccola il legame con la Calabria non era intensissimo, probabilmente era dovuto al fatto che ero nata a Genova e lì c’erano i miei interessi, ma in Calabria c’erano gli altri nonni, gli zii e tutte le mie vacanze divise tra gli ulivi del nonno e il mare. É il dramma di tutti i mezzo sangue, nati tra due terre e due cuori. Eppure mia mamma era tranquilla e serena, sapeva che a me la sua terra piaceva e che mi sarebbe rimasta dentro per sempre. Parlavamo dei telegiornali e similari, da quelle dichiarazioni e sopratutto dalle immagini parrebbe che i Calabresi siano un popolo ostile, chiuso e sfruttatore. Bè per la testimonianza che posso dare di tutte le centinaia di persone e di luoghi calabri che conosco, posso garantire che non è così. Non lo è proprio fisicamente, mentalmente, culturalmente. Anche se nello specifico io stavo al centro, nella provincia di Catanzaro per l’esattezza, mi fa strano pensare che da una provincia all’altra ci sia tutta sta diversità . A me pare una roba strana, un po’ troppo strana. Del tipo che gli immigrati se ne sono andati e le cosche sono rimaste, lascio a voi le conclusioni.
Se dovesse capitarvi di andare o transitare in un paesino, in cui magari non vi eravate mai avventurati, sarà facilissimo che dopo qualche minuto, giusto il tempo di camminare per le stradine impolverate, qualche donna seduta alla soglia di casa vi offra da bere. A me (anzi a noi) capitò che ci offrirono addirittura un riparo per superare le ore di massima calura. La Calabria è una terra generosa lo dimostra persino nei dolci, come questo ad esempio. Risalire alla ricetta non è stato uno scherzo, e non sono neanche sicura di non aver scordato niente, mi sono basata sulla mia ex suocera, tra l’altro grande, anzi grandissima, produttrice dei dolci di Natale, perché questo è l’unico vero dolce di Natale calabro che spuntava sulla nostra tavola. E poi che dire, mi sono aggrappata alla memoria delle mie papille. A livello visivo era facile e impossibile da sbagliare, in quello è proprio un dolce unico, chi lo ha mangiato anche una sola volta nella vita non lo scorda mai più. Vabbene la dico tutta è anche ‘nanticchia ingrassante, diciamo tanto così, ecco.
Questo post è in attesa che le calavriselle all’ascolto (Mariluna, ci sei? ) la correggano ove fosse necessario, perché non sono sicura di aver azzeccato tutto, difatti ogni tanto sono andata ad occhio. La cosa occorre osservare è la leggerezza delle sfoglie, che devono essere sottili-sottili, la pittanchiusa non è una torta di rose farcita (semmai ne sarebbe la trisavola :-)) è proprio tutta un’altra roba non deve sembrare una brioscia o un pane!
Una delle cose divertenti di questo dolce è che varia sia negli ingredienti che nel nome a seconda di dove ci si trova, da noi ad esempio di chiamava
La Pitta ‘nchiusa
Per la pasta:
1kg di farina (1/2 grano duro e 1/2 grano tenero)
1bicchiere di Olio
1bicchiere di vino rosso o rosolio
1bicchiere di acqua tiepida
1 pizzicata di sale
1 panetto di lievito di birra
Per il ripieno:
2 kg di noci
1/2 kg di mandorle sbucciate,
1/2 kg di uvetta (uva passa)
miele (ad occhio),
chiodi di garofano (pochi) , cannella (ad occhio),
zucchero e olio (per terminare)
Mescolare l’uvetta con un bicchiere di zucchero in un tegame e lasciare da parte. Con santa pazienza sminuzzare la frutta secca, meglio separatamente e poi unirla una volta che è sminuzzata. Non usare il mixer perché ridurrebbe tutto più o meno in polvere e non va bene, i pezzetti di noci e mandorle si devono vedere e sentire, sta lì una parte di bontà di questa ricetta, tranquilli è la parte più impegnativa.
Per le sfoglie sciogliere il lievito nell’acqua e impastare unendo a poco a poco l’olio e il rosolio finché il tutto diventa di consistenza idonea per fare le sfoglie, ove fosse necessario aggiungere olio e acqua. Il composto ottenuto dovrà risultare ben compatto e sodo. Dividerlo in due. Con la prima si fa la base, sul fondo della teglia unto, che dovrà contenere le roselline di pasta con l’uvetta e la frutta secca, ungere anche la parte superiore della sfoglia.
Per le roselline ho visto vari metodi il più veloce mi è sembrato quello con la macchina della pasta per fare sfoglie più sottili, praticamente delle lasagne lunghissime. Si può scegliere se farne una o enne della lunghezza desiderata. Sistemare le sfoglie sul piano, suggerisco di non farle molto grosse (cioè lunghe), altrimenti anziché roselline verranno fuori girelle, spalmare su ciascuna un velo più o meno generoso di miele e sistemare al centro, longitudinalmente, l’uvetta e la frutta secca a cui si saranno aggiunti i chiodi di garofano e la cannella, anche questi a gusto. I chiodi di garofano li ho sempre visti lasciati interi, al limite si eliminavano mangiando, lo si faceva per non invadere tutto col loro aroma, altri so che li triturano. Piegare in due la sfoglia stando attenti a non stracciarla e senza preoccuparsi ce al centro è cicciottella di ripieno. Arrotolarla su se stessa come s fa con la torta di rose. Prima di ripiegarla fare un altro velo di miele (stavolta un vero velo, serve solo per tenere assieme la pasta arrotolata), nel caso vi doveste accorgere che avete fatto sfoglie troppo lunghe tagliatele prima di arrotolarle. Posizionare ogni rosellina sulla prima sfoglia (unta anche sopra) lasciare liberi i bordi che verranno ripiegati verso l’interno. Legare assieme le roselline della pittanchiusa con uno spago e farla riposare per una notte in un luogo tiepido. Al mattino ungere e zuccherare la superficie del dolce e infornare a 150°C per un’ora o fino ad ottenere un colore dorato, su certi forni si arrivava anche all’ora e mezza:-) Non fatevi tentare ad alzare il forno per far prima perché le sfoglie sono sottili, quindi delicate e una temperatura superiore potrebbe scurirle velocemente senza aver avuto modo di far cuocere il cuore di ogni rosellina.
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Co sono Gi…é meravigliosa, io l’adoro questa torta e non l’ho mai fatta…dici tu: “vergognati!!! da calavrisella che sei!!!!”…il fatto é che se la faccio mi tocca mangiarla da sola e non ingrasso nanticchia ma molto di più…magari siccome la tua é perfetta una rosellina mandamela la divido volentieri co te…grazie e…sono molto dispiaciuta dei fatti successi la giù , figurati che ne hanno parlato anche i tg francesi :( !!!!
Buon lunedi’ tesora!
Mariluna ma ho fatto giusto? ho rispettato le proporzioni? io la ricordo grossomodo così sta ricetta e le testimonianze che ho procacciato non hanno apportato ulteriori informazioni. Secondo te? Va bene?
Ciao, ho da poco indetto il mio I° Contest 2010 a premi su dEleciouSly, riservato ai blog di qualità come il tuo. :) Se ti andasse di partecipare puoi leggere qui come fare. Grazie.
Ele :)
grazie dEleciouSly verrò sicuramente a vedere e nel caso dovessi fare una ricetta che soddisfi la tua richiesta mi iscriverò di corsa
sbavo…e sai che ti dico?Le tradizioni ed il dialetto sono un prezioso patrimonio da custodire e tramandare..non dico d’insegnarlo a scuola (hihihi)!Io mi sento più vicina ai miei nopnni sapendo e comprendendo il dialetto.Sulla torta no comment, troppo golosa!
ciao Saretta ah guarda io non ho parlato una sola dialettale per un sacco di anni, poi mi sono rifatta e ne ho imparato due in un botto. Il dialetto non la vedo come un dictat, ma ammetto che nei mercatini calabri mi è statao un sacco comodo per farmi fare gli sconti (annò, anche quando sono stata a Napoli, da ragazzina, dovevi sentirmi, sembravo una guappa, i miei cugini si vantavano coi loro amichetti del quartiere per avermi insegnato lo slang esatto (anche delle imprecazioni) hihihihihihi)
Non capisco questo post.
Non vorrei essere scortese o antipatica, ma tu normalmente prendi posizioni politiche molto chiare. E qui il tuo commento è: i calabresi sono squisiti come dimostrato dai loro dolci?
ciao Morgane, i calabresi, per mia esperienza, come ho detto, sono veramente generosi, anche quelli che proprio non ti conoscono, ma vale per più o meno tutte le regioni del sud che ho frequentato, diciamo che lì ci sono stata a spizzichi e bocconi un bel po’ ed ho visto (nel tempo) ch’è proprio vero. La mia perplessità è che ci sono stati segnali inquietanti nei media, da una parte descrivevano tutta la Calabria come una terra inospitale e dall’altra, nel mentre che gli extracomunitari venivano deportati (e non è una parola a caso), i loro aguzzini, aggressori e sfruttatori, se ne stavano tranquilli e beati.
Ma a cosa lo paghiamo a fare un ufficio dell’ispettorato del lavoro se non controlla le condizioni di lavoro (che poi sto lavoro venga fatto da un pincopallo di Trento anziché del Mozambico, non è che mi cambi molto).
La cosa veramente raccapricciante è l’opportunismo bieco di questo governo, in pratica l’unica cosa che gli è interessata è stata dare tutte le colpe del mondo a Loriero, tutto il resto era (ed è) irrilevante.
Ho come la certezza che se il presidete fosse stato del PDL sarebbe successo tutto un altro film, tu no?
E i tizi che hanno sfruttato, picchiato e minacciato questi lavoratori, qualcuno li ha denunciati d’ufficio? Perchè se hai notato la manovra è stata di nascondere gli interessi di questi malavitosi dietro la gente che non c’entrava niente, tanto da potersi camuffare o da far apparire quello che ho appunto visto: un intero paese contro gli extracomunitari.
Adesso hai capito cosa non mi torna in questa storia?
A parte che Loriero sicuramente avrà le sue responsabilità , come le hanno tutti gli amministratori che non denunciano situazioni ibride o di pericolo o, ancora, abuso effettuate contro gli extracomunitari (e vale per qualunque cittadino, ovvio). Ma a livello dell’agire non credo che avesse molte chance, quindi perchè chi aveva la possibilità non l’ha fatto? E poi ancora (si le sto pensando tutte :-)) non sono sicurissima che i neri avrebbero accettato un intervento di “denuncia” da parte dell’amministrazione se questo avesse comportato il rischio di essere espulsi perchè clandestini. Quindi il problema sta molto più a monte. La gente è costretta a farsi sfruttare perchè se parla rischia di essere cacciata, la malavita lo sa e se ne approfitta.
Ecco mi sarei aspettata da Minzolini un’analisi di questo tipo, più o meno come quelle che dedica al suo papi, per capirci.
Lo so avrei dovuto fare un post molto più lungo e molto più esplicito ma pensavo che non gliene fregasse niente a nessuno :-O
Grazie per la risposta, ma resto poco convinta di questa difesa d’ufficio dei “meridionali”. Certo le cause del pogrom di Rosarno sono molto più profonde e diffuse, ma mi sembra che fossero decine e decine le persone scatenate contro i negri.
Inoltre mi sembra che il razzismo in Italia esista eccome e non mi sento di assolvere chi dice “noi non siamo razzisti” il giorno dopo.
morgaine in realtà la mia non era una difesa, oltretutto d’ufficio, voleva essere (ed è) solo una testimonianza di una che non ci è nata ma che ha frequentato a lungo l’Italia meridionale. Sarà che a me da parecchio fastidio la divisione in meridione-settentrione eccetera, sarà che mi fa sempre un po’ insospettire quando si tenta di far passare il messaggio “tutti colpevoli nessun colpevole” sarà che in questo, come in mille altri casi, a pagare (in questo frangente con l’espulsione) sono le vittime anziché i carnefici, mi ha dato doppiamente fastidio. Il meridione (come il nordest, non credere) usa ed abusa della manovalanza degli extracomunitari in agricoltura contando proprio sul clima di intolleranza che si sta venendo a creare qua e là nel Paese, quindi l’atteggiamento dei governi è la chiave per debellare ogni eventuale focolare di razzismo (il razzismo è ed è stato anche quello dei lombardi e piemontesi verso i meridionali negli anni 60, capiamoci) oppure (come appunto sta accadendo) il paravento dietro cui si nascondono i deficienti che lo cavalcano per loro fini personali o per per scopi delinquenziali. Per capirci ancora meglio, perchè non mi interessa restare nel vago, nella mia città , Genova, da un anno si discute sull’autorizzazione di far costruire una moschea in un quartiere decentrato. É esattamente un anno che i leghisti fanno il porta a porta convincendo la gente di quanto quest’operazione sia dannosa (eccetera) fino a convincere i residenti (perlomeno taluni) di quel quartiere a scendere in piazza per negare detta autorizzazione. Fin qua nulla di che, scene (squallidissime) viste mille volte. Ma si da il caso che per strade diverse sia l’altra parte della cittadinanza, di cui Don Gallo si è fatto portavoce ed interprete sia il Comune, hanno dato delle risposte chiare e fuori da ogni equivoco. Noialtri abbiamo fatto una sorta di contromanifestazione in concomitanza con la prima (con grandissima partecipazione) e, proprio a Dicembre, la giunta ha approvato in via definitiva l’ordinanza che chiudeva l’iter di approvazione alla Moschea.
Il risultato è che la sindaco ha perso qualche punto in percentuale nel gradimento (non ricordo che sondaggio o chi l’ha fatto) ma ai miei occhi (e a quelli di tanti come me) ha interpretato perfettamente quello che dovrebbe fare un politico ed un amministratore, ovvero non governare con la pancia sempre sull’onda degli isterismi dei rumori della piazza ma proseguendo nella coerenza della carta costituzionale. Quindi ammetterai che se un domani qualcuno mi venisse a dire che i genovesi sono razzisti o che non vogliono gli islamici avrei ben donde dal dire la mia senza che questa venga etichettata come difesa d’ufficio.
Ciao a tutti, sono Calabrese, quindi la mia difesa non è d’ufficio, ma potrebbe essere di parte! E’ vero che in Italia ci sono molti razzisti, ma è anche vero che si concentrano perlo più al nord. Qui la situazione è un po’ diversa e più complessa.
Un video per capire cosa sta succedendo a Rosarno lo trovate qui:
http://www.youtube.com/watch?v=rXw8RKQJwp4
perchè la tv e i telegiornali purtroppo non si possono proprio più ascoltare!!!
Margherita sicuramente ci sono brave persone, lì come ovunque, ma ci sono anche i disgraziati che avevano ridotto quegli extracomunitari (quasi) in schiavitù. É brutto dover sentire la frase “la Calabria è una terra inospitale” (per non dire altro) ma sarebbe ugualmente sbagliato dire che sono tutti angeli caritatevoli. Le immagini che ha linkato sono proprio quelle che mi avevano sconvolto, ti rendi conto in che posti viveva sta gente? Possibile che adesso tutti facciano l’alicenelpaesedellemeraviglie? Il caporalato esiste, eccome se esiste, ma sono i governi a doversene assumere l’onere di eliminarlo, non i poveracci sfruttati e sotto ricatto.
Apprezzo moltissimo il tuo post e lo sforzo riuscitissimo di replicare un dolce-simbolo!!!!
Io non l’ho mai preparato, né lo si è mai fatto in famiglia: è un dolce molto ricco e generoso, come un popolo che non è come viene dipinto!
lenny iera sera ho trovato la trasmissione di Santoro molto ben fatta ed onesta, non ha assolto o criminalizzato nessuno, ma ha cercato di evidenziare le cose che non vanno. L’Italia è piena di queste situazioni, si sa da anni (perlomeno i locali) e sarebbe ora che si cercasse di risolverle.
Se sei del catanzarese sono stupita, da noi era proprio una specie di passaggio obbligato per Natale, ma dalle tue parti si fa così? Con questa ricetta?
Gì, che bella sorpresa!
Sono tornata da poco da un lungo viaggio, non ho avuto il tempo né di postare né di tornare a seguirvi tutti ma mi è capitato giusto oggi di fare un giro a vedere che stavi combinando ed ecco qui che scopro che sei in parte calabrotta, come me!
Di pittanchiuse in vita mia ne avrò fatte (e mangiate) migliaia, a casa mia a Natale se ne facevano per tutto il parentato… quasi mi commuovo.
Un bacione,
m.
Mariù, maddai, non sapevi che ero oriunda (si dice così?) Dai tu che le hai sempre fatte, correggimi la ricetta, perch veramente sta ricetta sembra una barzelletta, mica si riesce a trovare scritta (o meglio ne esistono un milione di versioni, e non sempre attendibili)
Eh già , di Crotone, con buona parte della famiglia di Mesoraca!
Cerco a casa quella del vecchio ricettario di famiglia e ti faccio sapere.
Ti avviso già che la ricetta conterrà 3 informazioni in croce (solo dosaggi approssimativi, niente indicazioni su procedimenti e tempi) ma con l’aiuto della poca memoria che mi rimane e magari una telefonata alla zia ce la farò.
Purtroppo sono anni che non le faccio più (da quando ho lasciato la Calabria 12 anni fa… gulp, così tanto?!) e la memoria fa cilecca.
Quelle erano le più belle cose della vita in Calabria, i periodi della salsa di pomodoro (TUTTA la famiglia riunita in garage per una settimana a pestare, imbottigliare, bollire), del maiale, delle salsicce, del sanguinaccio, delle conserve sott’olio… altro che Esselunga.
Che ne è stato della tag che permetteva di seguire le risposte ai commenti sul tuo blog?
Un bacione,
m.
Mariù, siiii dai ti prego. Io sono andata di memoria, ma non sono sicurissima sugli ingredienti. Sull’esecuzione invece si, ce l’ho stampata nella mente. É vero sai? Alla fin fine abbiamo fatto tanta strada, sotto sti ponti è passata un sacco di acqua ma mancano quelle cose così normali che tenevano unita la famiglia, dalla salsa d’agosto ai dolci per Natale e Pasqua. Con le conserve ci si passava i rigori (finanziari) dell’inverno. Io sto tentando disperatamente di recuperare qualcosa di quella cultura e mi pento, amarissimamente mi pento, di averla vissuta un po’ superficialmente a suo tempo.
Sui commenti (a non solo) ho fatto l’aggiornamento della piattaforma e molte plugin si sono rivelate dannose (rallentavano spaventosamente il blog) oppure addirittura incompatibili, così sto tentando nuove strade. In fondo ho scelto WP proprio per non star mai tranquilla, no?
Dai tranquilla, sono sicura che quello che sto provando ti piacerà un sacco :-)))
Mariù, ah quasi scordavo, mio nonno era di Petilia Policastro ed io sono sconcertata per non riesco a ricordare di esserci mai stata. In compenso conosco a menadito Crotone, pensa che una volta (era grossomodo la prima settimana di settembre) non riuscivamo a trovare una qualunque locanda aperta (trattoria, pizzeria et affini). Poi nel mezzo della ricerca, da un vicoletto è sbucato il retrobottega di una pizzeria (serranda chiusa da ferie, perlomeno sul davanti). É bastato spiegare che avevamo fame, era tutto il giorno che camminavamo e il ragazzino tranpo’ mi avrebbe sbranato perchè ci sistemassero un tavolinetto d’emergenza e ci dessero la cena che stavano preparando per loro.
Come non essergli grati in eterno? Gente splendida