Aggrappati ai sogni, perché se muoiono…
Sono un po’ ritardo, ma di questo ne abbiamo già parlato nel post precedente, non obbligatemi a trovare qualche scusa plausibile, va bene così. Il fatto è che a cavallo con Avatar e le imminenti uscite cinematografiche mi sento in dovere di rispondere ad un critico di cui manco ricordo il nome, anzi per l’esattezza, tanto sono disabituata a leggere critiche o recensioni su film, non so nemmeno se il pincopallo in questione fosse uomo, donna o… ma qualunque cosa fosse di certo non era una persona predisposta al sogno, alla dolcezza, alle storie tenere e semplici, ai film di puro svago, ecco. Mi capitò la recensione di questo signore più o meno nel periodo natalizio e se dovessi dire non ne ha azzeccata una ch’è una, e sto tentando di essere parca nelle mie valutazioni eh, altrimenti lo smonterei come un puzzle. La recensione, che era la somma dei film del periodo, esordiva con un’ode al film Brothers seguito a ruota da Amelia, altro film con Richard Gere.
Bè Brothers è la bruttissima copia, anche se fa figo definirlo remake, di un altro film, ovvero non desiderare la donna d’altri. Laddove Brothers mi è parso pesante, noioso, scontato ed opprimente, la sua (precedente) copia è risultata brillante, tenera, con una fotografia mozzafiato. La storia in non desiderare la donna d’altri, diretta magistralmente, è un continuo gioco di luci ed ombre in cui ciò che la regista vuole mostrare è solo un gioco, una finzione in stile ombre cinesi, perchè è esattamente il contrario di ciò che si rivela nel proseguo del film, evitando il rischio che la pellicola risulti una rimasticazione di robe già viste, scontate. Tutta la pellicola difatti si basa su quest’altalenante scambio di ruoli e convincimenti, rendendo la storia, che di per se sarebbe abbastanza normale in intrigante, frizzantina, drammatica e solare. Brothers è completamente orfano di tutto questo, gli manca vivacità, vitalità, fantasia, la storia comincia tetra e piatta e finisce peggio, e neanche voglio citare la regia, non ne vale la pena. Sono stati soldi malspesi, sono riusciti a rovinare un film che in origine era bello. E badate che è un’impresa meno semplice di quel che sembra.
Amelia. Mioddio Amelia, devo parlarne, anche se mi manca il coraggio.
La storia non sarebbe nemmeno male, ma la sceneggiatura è quanto di peggio ci si possa augurare per un film. Neanche la presenza di Gere è riuscita a migiorare l’effetto finale, visto che è stata appositamente messa in ombra per far risaltare strategicamente il ruolo di Amelia. Non mi pare di poter gravare solo sulle spalle degli attori l’insulsitudine di questo film, anzi forse loro, tra tutti, sono i meno colpevoli. La regia ha abilmente snobbato la storia d’amore sui generis tra i protagonisti mentre una sorte ancor più inspiegabile è toccata a l’intraprendenza, l’anticonformismo, lo spirito libero, e un paio di milioni di altre cose che il regista avrebbe potuto cogliere o sviluppare meglio, la noia coglie quasi di sorpresa, dopo pochi minuti dall’inizio del film, tanto che non ci si riesce a credere. Si rimane attoniti con gli occhi che vagano inutilmente per lo schermo tentando di cogliere anche solo un’ombra emotiva. Niente, non succede niente. La storia non sarebbe stata nemmeno brutta, lo ripeto, avrebbe potuto essere un buon film ed invece è stato massacrato che di più non si poteva. Per il critico, di cui sopra, sarebbe un film da oscar, io ho dovuto faticare a dominare il desiderio di alzarmi ed andarmene, per dire eh!
Ma ora veniamo alla chicca, di cui vedete la locandina, che poi è il motivo che mi ha spinto a scrivere questo post in extremis. Il critico ha liquidato Hachiko come un film insignificante in cui l’unica cosa che emergeva era Richard Gere, anzi gli rimproverava persino di aver fatto questo film, domandandosi se non fosse stato il caso di lasciar perdere.
Per me invece Hachiko è un film bellissimo, dovrebbero vederlo tutti, sia chi i cani li abbandona sia chi li odia ed anche quelli a cui sono indifferenti. Hachiko è un film d’amore, dell’amore nei suoi toni più veri, è l’amore universale, quello che sta a chilometri di distanza dagli altri tipi d’amore. É irraggiungibile, inafferrabile, eppure il regista è stato bravissimo a darne un’idea precisa. La sceneggiatura è ben fatta, la fotografia regge, l’ambientazione pure, tenendo conto che la storia originale era giapponese e la riambentazione del remake è invece americana, direi che se la sono cavata benino. La storia è una delicatissima favola d’amore di un cane verso il padrone che si è scelto. É un film che fa innamorare, nessuno può dire di essere uscito dalla sala impoverito perchè una favola è una favola, e quelle quando mai non arricchiscono gli animi?
D’accordo aggiungiamoci che è un lacrima-movie, perchè chiunque ami gli animali rimane colpito dalla abnegazione, dalla caparbia fedeltà e dal successivo strazio in cui piomba il nostro piccolo eroe a quattro zampe, del resto un po’ di commozione non ha mai fatto del male a nessuno :-)
Intendiamoci non si sta parlando di un capolavoro o di un candidato oscar, ma semplicemente di un paio d’ore spese bene, in maniera piacevole (si, nonostante la commozione :-P), rilassati insomma. Si riesce addirittura ad abbandonarsi alla storia coi suoi ritmi blandi, senza strafare, senza ansia, senza fiatone. E badate che non è una cosa così semplice e scontata andare al cinema e mollare la testa per un paio d’ore. A me non riesce quasi mai, colpa pure dei film cervelleschi che vado a scegliermie tutte le volte, amenoché non ci si adatti alle storie strampalate e volgarotte delle varie vacanze di Natale, cosa che non farei mai, manco sotto tortura, perchè già la visione mi parrebbe un penitenza sufficientemente pesante:-). Ecco il mio post vorrebbe servire a far da controcanto alla stroncatura di quel critico e riabilitare e , nel mio piccolo, se possibile, uno dei pochi film che salverei dalla programmazione natalizia. Chiunque se lo sia perso oppure, seguendo critiche ingenerose e abbastanza fallaci, come quella in cui sono inciampata io, ha optato per altri film, sappia che ha perso una straordinaria occasione per sognare, almeno per un paio d’ore.
piesse
il che dimostra quanto io abbia le mie buonissime ragioni per coltivare il vezzo di non leggere mai alcun tipo di recensione, sia di libri che di film.
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