tra la rava e la fava
Di mia nonna ebbi a parlarne, seppur superficialmente, in questo post, e forse pure in altri, ma mi ci vorrebbe tutta la vita o almeno una generosa manciata di anni per parlare dell’avventuroso vissuto di mia nonna. Le sono stata legata da un’assidua frequentazione, visto che, anche se frammentariamente, ha abitato con noi. E poi ero la più piccola perciò mia mamma mi affidava spesso a lei. Sicuramente la ritengo una delle figure femminili più rappresentative di quello pseudo modello di femmina evoluta che negli anni ho cercato di ricalcare, più che altro arrancando. Anche se, ovviamente, non aveva alcuna idea di cosa significasse “femminismo”, oddio per fare la pignola non l’ho manco capito io, s’è per quello :-))
Mia nonna si chiamava Erminia, un’anticaglia del secolo scorso, un nome difficile che nessuno dei suoi figli ha ritenuto riproponibile per le nipoti (grazie mamma!), ma a parte il nome è una delle donne che ho ammirato di più. Aveva una dignità tutta sua di farsi rispettare, nonostante le sue evidenti carenze lessicali e culturali e pure economiche, visto che fu strappata da un giorno all’altro alla sua terra calabra, con la classica valigia di cartone, conoscendo solo il dialetto e senza mai aver frequentato le scuole del regno. Eppure io tutta la sua saggezza non riesco a trovarla in giro tra gente plurilaureata, iperspecializzata eccetera. Per dirla tutta è più facile fregare me, che teoricamente dovrei saper far di conto, che lei che era analfabeta. Nonostante questo mi ha insegnato un paio di capisaldi della cucina calabra, a far la maglia, e a non aver paura ad andare in giro da sola. A conti fatti non è poco. L’avete capito, ero proprio infatuata di mia nonna, eppoi aveva un modo divertente di leggere la vita, con lei si stava bene e penso di essere stata parecchio fortunata a poter godere della sua assidua presenza.
Veniamo alle scorzette di fave, come promesso, anche perché se continuo il monologo su mia nonna poi mi commuovo :-) Dovete sapere che ho sempre odiato le fave, riusciva ad infastidirmi anche solo sentirne l’odore, quando mia madre le faceva io stavo male, colta da ondate di nausea (va a capì il motivo), il tutto senza neanche sapere che ricetta usasse. Per me le fave erano, e sono state per anni, un tabù insuperabile, tanto che a maggio, quando cominciavano i picnic settimanali a base di fave e salame io stavo malissimo e di malumore. In quelle occasioni mi arrabattavo tentando di risolvere i continui rimbrotti di mia madre e mio padre, nascondendomi dei panini nello zaino. Un giorno però sono andata da mia nonna, che in quel periodo non viveva con noi, e a me pareva persino strano vederla attorno ai fornelli, in casa nostra le era inibito da mia madre, regina incontrastata dei fornelli. Mangiammo assieme, ero da lei per stare in pace e ricevere un massaggino al cuore sgualcito da uno dei tanti battibecchi familiari e mi mise davanti un piatto povero che non sono riuscita a riconoscere subito, solo alla fine, quando, su richiesta, le dissi che mi era piaciuto, mi spiegò cosa fare di quelle antipatiche fave.
Mi raccontò che nel 43, quando mio nonno fu deportato in Germania, lei era rimasta sola con 4 ragazzini da sfamare e che non sapeva da che parte cominciare per riuscire a mettere qualcosa in tavola. Lo so in quest’epoca d’integratori fa persino ridere, ma c’è stato un tempo in cui questo paese stava morendo di fame ed ha dovuto inventarsi la vita per riuscire a sfamarsi senza per questo diventare pochi di buono (gli altri li abbiamo eletti :-)) Perciò questa gemelli più alta della media delle donne dell’epoca, determinata e risoluta, magrissima e con grandi occhi scuri, si mise in testa di fare un orto davanti a casa. Ho ereditato una sua foto di quando era giovane e devo ammettere ch’era una gran bellezza, mi è piaciuta persino più della Loren. Dicevo dell’orto, ovviamente non ne sapeva un accidente e nel cortiletto non c’era neanche il terriccio giusto, perciò si fece aiutare dagli uomini che si erano nascosti, ai piedi della Sila, per sfuggire ai fascisti e si fece addestrare dai vecchi. Tra melanzane, pomodori, zucchine e tutte le verdure buone per far conserve e sfamare la famiglia d’inverno, c’erano pure le fave e lei s’inventò di usare anche la scorza che in genere si teneva da parte come prodotto di scarto da dare ai maiali. In questo modo con una manciata di fave riusciva a fare sia pranzo (con le fave) che cena (con le scorze). La notizia, chissà come, fece il giro del paesino e le commari l’additarono in modo non proprio simpatico [quella che mangia la roba dei maiali :-(]. Bè lo sapete come sono fatti gli snob inside, specie quelli che non se lo potrebbero permettere, ecco! Ci sono anche adesso, sono cambiati solo i fattori ma l’equazione è la stessa. Mia nonna resistette e continuò per la sua strada, anche se questa vicenda l’aveva in qualche modo messa in cattiva luce nella sua piccola comunità. Dopo la fine della guerra e dopo il trasferimento a Genova conservò l’abitudine di usare le bucce delle fave più tenere per ricette minimali, lo fece anche quando finalmente qualcuno all’Inps si decise a dare a mio nonno una pensione e finalmente poteva permettersi di fare la spesa senza patemi d’animo, per lei non era un cibo di serie B, probabilmente le piaceva davvero. Tra le piccole e grandi cose che mi ha insegnato, e spero tanto di aver capito ed imparato, c’è sempre stata la capacità di non volare troppo alto quando le cose vanno bene e di reagire alle sventure positivamente, senza sprofondare in inutili nicchie pessimistiche. Mi piace pensare che ogni anno compri le fave per rinnovare questa piccola comunione con lei, che abbiamo tenuto segreta a lungo, ma il fatto è che a me piacciono davvero.
Non l’ho mai detto in giro perchè il racconto di mia nonna mi aveva in qualche modo allertato, se lo faccio oggi in parte lo devo a lei, che parlando delle scorzette dei piselli mi ha dato il coraggio di superare questa specie di barriera ideologica e anche di farmi sentire meno anormale (si può dire, si?).
Ma magari non è manco vero e tutto il mondo già sapeva di quanto può essere buono un piatto di scorzette di fave sbollentate e condite a piacere, anche solo con olio , sale e pepe, ogni volta in maniera diversa ed accompagnate a rotazione con tofu, come in foto, oppure da scamorza o tomini alla piastra. Ma nel caso ci sia in giro qualcuno che si è negato questa esperienza per mero pregiudizio, la provi, perchè ne vale la pena. Ah un’ultima cosa, solo grazie al blog ho superato il mio vecchio astio per il frutto delle fave, perchè, per assurdo che sia, anche nel recente passato, quando mi capitava di comprarle, per rinnovare questo piccolo rito segreto (che oramai non lo è più tanto) prelevavo le bucce e regalavo le favette, tra il giubilo del beneficiato:-))
E adesso, se volete, potete pure ridere di me :-D
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E perchè mai ridere! Pensa che a me hanno raccontato storie simili i miei genitori, p.es. quando dopo una notte di vento andavano in cerca di arance, perchè quelle cadute a terra costavano meno. E parlo dei miei genitori…. non dei miei nonni. E come anche loro si mettevano in fila alle 3 del mattino per prendere il pane con la tessera. Adesso siamo proprio viziati, però è bene ricordare ogni tanto quel che è stato… per avere un pò più rispetto di quello che abbiamo oggi. Una buona giornata!
Tina mia mamma era diversa da mia nonna, quel tipo di restrizioni e difficoltà le ha vissute da bambina e credo che questo abbia un po’ determinato anche il suo modo di fare nell’età adulta, quando quel genere di problemi non li aveva. Da una parte sono contenta di non aver straviziato mio figlio ma dall’altra so per certo che mi sono lasciata andare in permissioni e coccole gastronomiche. Come tutte.
proverò! ma sono proprio le bucce pelosine che contengono le fave??? o la pellicina un po’ dura del seme?
Comunque quello che dici è sacrosanto… una delle zuppe più buone che mi ricordo di aver mangiato, ormai diversi anni fa, era fatta con le foglie delle piante di zucchini… senza gli zucchini! solo le foglie, che fino ad allora mai e poi mai avrei pensato si potessero utilizzare (sono pelose, bucano…).
si Architettino, proprio quelle che nella prima foto vedi chiuse, cioè con le favette dentro e nella seconda foto, sono nettate, svuotate delle fave e tagliate pure in due.
Il pelosetto lavandole va via e se le provi, falle con un leggero soffritto all’aglio, dopo averle sbollentate, come si fa con le cicorie. Sono davvero buone secondo me
Aparte il fatto che le tue storie famigliari mi paicciono da mattie rapiscono..lo sai che io le mangio sempre con gusto le bucce delle fave?!Spadellate, al sugo, con l’olio..troppo buone.Sarà mica perchè sono gemelli come tua nonna?!bacione
ciao gì mia nonna si chiamava anche peggio della tua :Armida! Non cucinava granchè, però aveva un problema , le dita deformate dall’artrosi. Ergo la quantità di pepe che riusciva a mettere nelle pietanze, cioè quello che si annidava fra le pieghe delle dita era pari a quella del sale. Tradotto piatti belli saporiti.Indimenticabile lo stufato lei lo chiamava di pelliccia, parecchie patate e poca ciccia. eheheh
C’è una ricetta per le bucce dei baccelli (qua le fave piccole le chiamiamo così) al sugo, mi pare. Mi pare la facesse la ex suocera di mia sorella….La recupero e te la passo.
OT
Ah ho scoperto come ti importo nella pagina FB. Appena passa il concorso ti linko.
baciotti
Mi sono ritrovata molto in questo tuo post: anche io ho sempre odiato le fave (magari adesso provero’ la tua ricetta) e anch’io avevo una nonna (di Avellino) rimasta sola ad occuparsi di quattro figlie in tempo di guerra. Lei era una cuoca formidabile che sapeva trarre piatti buonissimi veramente dal nulla. Sia le figlie sia noi nipoti abbiamo imparato praticamente tutto da lei. Quando, finita la guerra, fu possibile reperire normalmente delle materie prime degne di questo nome lei coniugo’ le radici della sua cucina (campana) con quelle della regione che l’avrebbe ospitata fino alla sua morte, il Piemonte, con risultati sublimi. Grazie nonna e grazie a fiordisale per questo post cosi’ evocativo.
Le bucce di fave non le ho mai mangiate, ma ho fatto deliziose minestre con le bucce di piselli, che a occhio mi sembrano parenti nel campo dei vegetali.
Ma soprattutto quando sbuccio fave e piselli ho sempre una sensazione di grande spreco, quindi poterle usare mi sembra cosa buona e giusta. Fatto salvo il problema della freschezza di queste due verdure, perché le bucce un po’ vecchie possono ancora nascondere qualcosa di buono all’interno, ma non sono utilizzabili.
Grazie per il racconto meraviglioso… un pochino mi sono commossa pure io :))
Grazie anche per la dritta sui baccelli, perché per quanto ami le fave una cosa che odio è dover buttare 2 kg di roba per gustare un piattino miserrimo… mi è sempre sembrato un enorme spreco e così spesso rinuncio alle fave.
/PS: facciamo a gara? Mia nonna si chiamava Argia, pronunciato con l’accento sulla i ;)
Che ti devo dire, Gì, ognuno ha la sua… i miei genitori e nonni tutti aspettavano la primavera per andare nei campi a fare la cicoria, quella col fiore viola (che poi ho imparato si mangia pure quello)ma non il Tarassaco o altro, chissà perchè poi… noi ragazzini a portare avanti e indietro le buste piene di erbette al “campo base” e a giocare col cane e la palla nel frattempo… bei ricordi… ma le fave, no, forse perchè ho iniziato a mangiare il formaggio dopo i 12 anni e qui a Roma le due cose sono associate, fave e pecorino, quindi non le mangiavo neanche da sole… va beh, proverò con le buccette, che visto il mio animo ricicloso mi ispirano di più… ciaoooo
hahahaha aggy, io e te siamo sincronizzate all’opposto, ho smesso di mangiare ogni tipo di formaggio più o meno a 12 anni. Grazie a mio padre che mi portò sui monti dalle pecore. Ricominciai dopo anni di matrimonio per merito di mio marito e del suo amore per i formaggi. Buffa la vita eh?