«Une vue imprenable sur l’ampleur du désastre»
Ricordate quando ho raccontato di quella famosa panchina-da-lettura a Camogli? eccola qua, nella sua luce migliore :-) Bè certo che a stare lì persino l’elenco del telefono risulterebbe interessante, è vero, lo ammetto. Però il libro di cui tenterò di parlare meriterebbe a prescindere dai fattori esterni, vi assicuro. Anzi se proprio volessi dirla tutta, l’ho letto quasi interamente tra autobus e metrò, il che, ho scoperto in seguito, era persino in tema coi contenuti. Salto direttamente lodi e convenevoli all’indirizzo dell’autrice Delphine de Vigan, di cui già parlai in occasione dell’uscita dello stupendo “Gli effetti secondari dei sogni” e chi, come me, ha amato quel libro ritroverà intatto lo stile e la sensibilità dell’autrice. Ogni volta con la De Vigan viene difficile limitarsi a parlare del libro, perchè i temi che solleva sono così importanti che si rimane come storditi dalla sua precisione espositiva, insomma i motivi per innamorarsene sono stati fin troppi (o forse troppo intensi).
Anche questo romanzo, come il precedente, è un libro sull’universo sotterraneo della solitudine, ma non solo. Quello che offre Delphine de Vigan è uno sguardo sull’entità del danno, come accenno nel titolo del post. La frase è ripresa da uno dei due protagonisti, Thibault, ma avrebbe potuto tranquillamente pronunciarla Mathilde, l’altra protagonista, tanto sono simili le loro vite. É come se fossero due binari paralleli, della stessa metropolitana, tanto per rimanere in tema, che pur vivendo situazioni differenti sono arrivati entrambi ad una sorta di capolinea emotivo che ne sta determinando il tracollo. Qualcuno lo ha definito un libro triste, bè no, a me non è sembrato triste, nell’accezione più comune del termine, forse apodittico, forse crudo e disarmante, come sono certe verità sommerse, ma triste direi di no. É sicuramente un libro reale, di quella fetta di realtà che tutti noi, nelle ore sotterranee, tentiamo di sfuggire o semplicemente d’ignorare, magari osservando distrattamente i compagni di viaggio sull’autobus o in metrò.
Thibault e Mathilde attraversano, senza vederlo, il cuore della città tentacolare, il primo attanagliato dal traffico cittadino, esercitando la sua professione di medico, l’altra per arrivare al suo ufficio, attraverso il suo quotidiano tragitto con le linee metropolitane e la RER, ovvero il cuore pulsante e sotterraneo di Parigi, città dell’autrice. Entrambi i protagonisti hanno alle spalle incidenti che hanno devastato il loro vissuto, trasformando e modificando ad entrambi il presente e forse pregiudicando il futuro, anche se in modo diverso. Nel loro remoto stavano affondando in una resa incondizionata al fato, eppure hanno trovato sufficienti risorse interiori per andare avanti, per ripartire con quello che era rimasto delle loro vite, hanno lottato e proprio quando parevano vicini alla vittoria, si è palesata in tutta la sua drammaticità la loro sconfitta.
La scrittura di Delphine de Vigan è precisa e raffinata, disegna i suoi personaggi con la stessa cura di un pittore ma non si limita alla crosta rarefatta, scava con rigore nelle loro vite analizzandone ogni singolo gesto, ogni pensiero. L’altro e non meno importante motivo per cui questo libro mi ha colpito è la stupefacente descrizione della società e del mondo del lavoro.
Sono rimasta stupita per la precisione e il realismo della raffigurazione del mobbing subito da Mathilde, tra parentesi lei rappresenta in pieno la comune classe media: alta scolarizzazione e un lavoro di tutto rispetto, questo perlomeno fino ad otto mesi prima, poi lenta la caduta, fino ad arrivare ed oltrepassare gli inferi della depressione. La distruzione meticolosa e implacabile della fiducia che lei riponeva nel suo superiore e nei suoi collaboratori, la sua autostima rasa al suolo, il persistente isolamento, l’indifferenza dei colleghi che solo fino a poche settimane prima erano compagni di caffè, tutti i campanelli d’allarme lasciati inascoltati, l’ingenuo desiderio di voler sminuire i fatti per non essere obbligata a darsi la pena di risposte scomode, l’assurda illusione di poter gestire la situazione, la sua determinata volontà di resistere ben oltre quanto le sue forze le avrebbero consentito, ed infine l’immagine dell’invisibilità delle molestie, perlomeno a occhio nudo, specie ai disattenti, la negazione assoluta del molestatore, l’incapacità di camminare attraverso il quotidiano perché tutto il suo panorama umano è cambiato. La descrizione dell’intimo e nascosto sentimento di “vergogna” provato da Mathilde, è un piccolo capolavoro. Impossibile non notare il realismo con quanto sta accadendo nel mondo del lavoro oggi, ed è questa l’invidiabile forza di questa autrice: saper trasformare le ombre nascoste della nostra società in storie bellissime.
Mathilde ha stretto i pugni ed è andata avanti senza mai cedere un millimetro di terreno, soprattutto senza dimettersi. Ha usato tutta la sua forza per resistere ai colpi, sempre più insistenti, sempre più violenti e precisi che il suo superiore, ingiustificatamente, le razionava nel quotidiano. Ha resistito Mathilde, fino a quando è stata incapace di combattere, fino a quando non le è rimasto nemmeno più un grammo di energia per tornare a casa barcollante e sconfitta.
Bisognerebbe obbligare alla lettura di questo libro tutte le persone che si occupano, a vari livelli, di risorse umane. Bisognerebbe che qualcuno lo facesse leggere ai signori di France Telecom, o dei Renault Techno, per non parlare di Marchionne (anche se ad altri livelli), tutti impegnati a triturare impunemente la vita dei loro dipendenti con distratta disarmonia.
Le ore sotterranee è anche un dipinto della città e le sue viscere, la marea umana che scorre mattina e sera negli ingarbugliati tentacoli della metropolitana. Chissà forse è la più autentica coreografia della nostra solitudine opprimente, uomini e donne che si incrociano, a volte, senza incontrarsi mai.
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Sei bravissima anche nelle recensioni Gì!Questo libro mi sgolosa ora :)
Bacione