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Anticipi di stagione, ovvero otto marzo è sempre

Posted By fiordisale On venerdì 7 ottobre 2011 @ 11:34 In cose che fanno male,indignazione,malumori | 9 Comments

Fa strano pensare a Barletta a quasi cento anni da quando Rosa Luxemburg propose l’otto marzo, come La Giornata Internazionale della Donna (e non Festa della Donna), volendo così ricordare sia le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne, sia le discriminazioni e le violenze cui erano (e sono ancora) fatte oggetto in molte parti del mondo.
Nel 1908 a New York, le operaie dell’industria tessile Cotton scioperarono per protestare contro le terribili condizioni in cui erano costrette a lavorare. Lo sciopero si protrasse per alcuni giorni, finché l’8 marzo il proprietario Mr. Johnson, bloccò tutte le porte della fabbrica per impedire alle operaie di uscire. Allo stabilimento venne appiccato il fuoco e le 129 operaie prigioniere all’interno morirono arse dalle fiamme. Non ci è dato sapere se Mr. Johnson arda tutt’ora tra le fiamme dell’inferno, ma ce lo auguriamo di cuore.
Oggi siamo molto più civili, difatti le donne morte nel sottoscala di una palazzina di Barletta confezionavano tute e magliette per meno di quattro euro all’ora per loro scelta, si dice. Ma quale scelta può offrire la disperazione? Avevano su per giù trent’anni, un marito lasciato a casa da altri datori di lavoro e il mutuo della casa da pagare: una condizione così disperata da non consentire alcun tipo di contrattazione, meno che mai se la posta in gioco fosse stata la sicurezza delle loro vite o la propria dignità. Questa tragedia ci ha finalmente strappato ai commenti miserevoli sul capo del bunga-bunga clan e sul suo partito della gnocca, ci ha riportato drammaticamente al nostro mondo vero, alla realtà di tante famiglie con un destino analogo a quello delle ragazze del sottoscala fatiscente, dove si lavora ammassati come conigli in tane senza né aria né luce del sole e senza uscite di sicurezza. Quante sono le lavoratrici che accettano simili situazioni di sfruttamento pur di riuscire a far sopravvivere le loro famiglie, andando a tamponare uno stato sociale diventato oramai inesistente?
Sono morte a metà giornata, perciò se ne deduce che quel giorno sono morte per un guadagno di inferiore ai 20 euro, il costo della pizza, e questo un po’ fa rabbrividire.
Le operaie, oltre a non arrivare nemmeno a percepire 4 euro l’ora, non avevano alcun contratto di lavoro e i loro turni lavorativi superavano di gran lunga le 8 ore stabilite dalla legge, del resto in quei casi basta che si rompano le scarpe al ragazzino e l’urgenza di ulteriori soldi, nella fattispecie spiccioli, si fa ancor più pressante.
Però il panorama locale ci racconta anche un’altra storia, stiamo assistendo alla deriva caricaturale della tanto lodata globalizzazione. Ci stiamo adeguando al peggio. Stiamo importando condizioni di lavoro che fino a ieri erano di esclusività dei cinesi. Adesso le tute italiane sono low cost, lordate dalla stessa inciviltà dei sobborghi asiatici.
Sono morte insieme, le quattro operaie, vicine alle loro macchine, ai telai elettrici, alle spolette, è stato un attimo e il muro non c’era più, un tuono, una nuvola di fumo e le pareti sbriciolate le hanno seppellite insieme al loro futuro e ai loro sogni.
Sono morte da operaie con un salario in nero e senza contratto.
Barletta ha rimesso in primo piano la parola operaie, in disuso da anni, da quando cioè tutti ci hanno voluto svendere l’idea che non esistessero più, oramai superate dai famigerati colletti bianchi.
Invece le avevano solo nascoste negli scantinati. Quelle operaie inchiodate per ore alle macchine di quel sottoscala fatiscente, sono vittime della nostra società ancor prima che del lavoro. Un lavoro non è un lavoro se fa perdere la sua dignità e se mette in discussione il diritto alla vita. Il silenzio tombale del Premier e del ministro Sacconi la dicono lunga sulle loro reali responsabilità, dopo che per anni si sono permessi, con arroganza, di rimettere in discussione diritti e tutele.

Su un muro di Barletta c’era la scritta “La democrazia muore anche di queste cose” ed io credo sia vero se accettiamo che un capo del governo ci parli di gnocca di fronte a queste immani tragedie, ma so anche che possiamo e dobbiamo impedirlo.

si ringraziano i proprietari dell’immagine

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